Dolci Ricordi Ritornano: Salto in Alto

“Esigo molto da me, e vivo male il non raggiungere i miei standard (autoimposti)”. Non saprei dire se l’ho sentito o pensato più volte. Pretendo molto da me stesso, e allo stesso modo alcune delle persone più interessanti ed intelligenti che conosco convivono con questo disagio. O meglio…

Loro convivono con tale disagio. Io…mmeeh, insomma. Ne prendo atto. Probabilmente perché sono più pigro (e fortunato) di quanto non sia esigente. Molto di più. E, pensandoci un momento, mi è tornato in mente un simpatico episodio della mia vita al liceo.

Per quattro anni le due ore di ginnastica erano state uno sfogo. Semplicemente uno sfogo. Calcetto, ping pong, frisbee, pallavolo. Qualsiasi cosa andava bene. Ho avuto anche dei professori di ginnastica. Tipo in quarta. Prima erano più…adulti che controllavano che nessuno si facesse male. Ottimo ricordo della prof del primo anno, una simpatica signora che riusciva in mezza palestra a farci giocare a dieci cose diverse; esilaranti ricordi di quello del terzo anno (all’appello rispondevamo “prega per noi”, a basket facevamo canestro facendo rimbalzare la palla per terra, alla festa di fine anno l’ho visto mezzo affogare quando degli studenti più grandi gli hanno ribaltato un bidone di acqua addosso…). In quarta è arrivato un vero professore. Che ovviamente, in quinta, ha anche deciso di dare dei voti basati su qualcosa di concreto: prove, esercizi, partite.

Grande giro di parole per arrivare all’esercitazione di salto in alto. Ora…non ho mai avuto una gran elevazione (su 12 anni di pallavolo ne ho passati 5/6 a fare il libero), ma quel giorno la dea bendata ce l’aveva con me.

Iniziamo. Su 20/25 persone, ad ogni 5 cm in più non riuscivano a saltare fino a lì almeno 3 o 4. Avevamo un paio di salti di prova. Dopo una ventina di minuti restiamo in 7. Le cose si fanno difficili. Entra in gioco l’abilità del sottoscritto (il culo).

Essendo l’asticella di questo tipo, quindi non un unico tubo/palo flessibile, anche sfiorandola c’era una possibilità di non farla cadere. Gli ultimi 20 cm (ben tre salti!) li ho fatti andandoci a sbattere in pieno, a volte strisciandoci proprio sopra. Mai caduta. Sono arrivato secondo, dietro solo ad un ragazzo con 2 anni e 20 cm in più.

Ecco. Ecco il mio rapporto con i miei standard qualitativi: tengo alta l’asticella, la alzo addirittura, a volte, e, inspiegabilmente, li raggiungo! O magari no, ma sono talmente vicino all’atarassia che campo bene lo stesso. Qualcuno diceva che gli idioti non hanno vere preoccupazioni…

My Life As…a RPG #2

Qualcun altro era in viaggio verso l’antro della Bestia. Una furia cieca per la propria stupidità si impadronì di Dagas. Non tornò indietro. Ormai era alle porte della caverna e già aveva scagliato il giavellotto al suo interno.

La sua sicurezza vacillò. Non poteva intromettersi nel duello già iniziato. Però non poteva neanche permettere che quella diventasse l’ennesima scusa per sottrarsi allo scontro.

Aspettò a lungo, vagando in quella brulla distesa di sterpi e rocce. L’ombra dell’alta figura, silenziosa e massiccia, si stagliava sulla pianura quando al tramonto gli ultimi raggi del sole morente ne accompagnavano il cammino. Appoggiato alla lancia, dopo una lunga notte di veglia, l’aurora lo trovava ancora in piedi, a riflettere su quanto l’universo stesse cercando di comunicargli.

Dagas stava imparando ad ascoltare il gracidare delle rane, il sospiro del vento e l’insistenza della pioggia, quando questa si rovesciava su di lui, investendolo con violenza e lasciandolo, sempre immobile, ad aspettare che il sole del giorno dopo lo asciugasse.

Ancora una volta, si sforzò di ascoltare il proprio cuore. La voce di questo gli giunse lontana, confusa. Forse neanche lui sapeva cosa voleva. O forse era lui a non capirlo davvero.

Una notte, tuttavia, qualcuno uscì dalla caverna. Non era il cavaliere che aveva sfidato la Bestia prima di lui. No. Era il mostro stesso.

L’Ombra cercava lui, come se fosse pronta ad accettare la sfida. Si guardarono a lungo. Le stelle sopra di loro vegliavano sul quieto duello che si stava svolgendo. L’Ombra iniziò a parlare. La notte si riempì di suoni. Passarono ore eterne a parlare, senza che nessuno dei due sfoderasse le armi.

Poi il tono dell’Ombra cambiò. Prese a raccontare di quanti l’avevano sfidata. Qualcuno l’aveva ferita, qualcuno si era avvicinato abbastanza da intravederne la forma; qualcuno, dopo essere stato sconfitto, era ritornato, ma solo per farsi umiliare nuovamente. Nessuno l’aveva vinta. Nessuno reggeva il confronto quando era lei a cercare nuove sfide.

Nessuno aveva più avuto davvero una seconda possibilità. Gli avversari sconfitti finivano per essere dimenticati. Semplicemente…sparivano dal suo orizzonte. Il cuore di Dagas sussultò. Il giovane sentì il legno ruvido e ben lavorato della lancia scorrere sotto le dita. La strinse, cercando di ritrovare quel coraggio che lo aveva portato fino a lì. Si alzò.

L’Ombra tacque, restando a guardarlo.

Il guerriero alzò la punta della lancia verso l’Ombra. Un tremito, poi l’abbassò di nuovo.

-Credevo di poterti uccidere. Credevo di essere all’altezza. Non è così.

L’Ombra annuì, ma non disse nulla. Sembrava come in attesa, ma Dagas non poteva esserne certo. Le ore di allenamento sembrarono inutili, gli incoraggiamenti dei compagni meno convincenti. Il ricordo della furia che lo aveva animato, dell’ansia di scontrarsi col mostro, l’idea della gloria che avrebbe seguito la sua vittoria, si dissolsero. Tutto svanì. Lì, nel mezzo del nulla, il suo coraggio venne abbattuto.

Trascinando la lancia dietro di sé, passo dopo passo si lasciò alle spalle l’Ombra. Si fermò appena giunto al sentiero. Guardandosi indietro vide l’Ombra, ancora là, mentre il sole sorgeva. Si ricordò di quando era arrivata in quella regione. Qualcosa gli strinse lo stomaco.

Appoggiò lo scudo, si voltò completamente verso il nemico. Aspettò che il suo respiro si facesse regolare. Strinse la lancia nella destra, mentre il suo corpo ricordava ogni secondo di addestramento. Ripensò alla comprensione dei compagni, ai preziosi consigli che gli avevano dato. Ricordò il sogno, ricorrente, di affrontare la Bestia. Di sconfiggerla.

Portò indietro il braccio, accompagnando il movimento col busto e scattando in avanti. Con un grido, neanche un secondo dopo, scagliava la sua lancia contro l’Ombra. Accecato dal sole, sfinito dalla lunga veglia, Dagas non vide se aveva colpito oppure no. Distinse solo, lasciando vagare lo sguardo sulla pianura che lentamente veniva inondata di luce, un’ombra fugace ritornare verso la valle, verso la grotta da cui era arrivata.

My Life As…a RPG #1

Era iniziato tutto due mesi prima. Attraversava le colline senza troppi pensieri, nonostante la lunghissima scalata della Piramide d’Argilla l’avesse prosciugato di ogni energia; era stato un percorso tortuoso e pieno di insidie. Alcuni compagni l’avevano abbandonato, qualcuno lo aveva tradito, e dopo mesi, alla fine, aveva deciso di fermarsi e tornare indietro.

La cosa non lo aveva turbato. Almeno, non quanto aveva sconvolto i suoi compagni. Loro non lo avrebbero mai perdonato, ma erano giovani, avevano molto da imparare: una guerra che logora il vincitore è un brutto affare per entrambi i contendenti. Dagas aveva provato ad ascoltare il suo cuore, e il suo cuore gli aveva suggerito di deporre le armi; gli aveva rivelato che c’era un confine, per quanto sfumato, fra costanza e ostinazione. Non voleva diventare schiavo di una sfida, così si era ritirato.

All’inizio, del mostro non si aveva nessuna notizia. La sua comparsa non fu annunciata da simboli, segnali o presagi. Uno solo, anzi. Che nessuno fu in grado di interpretare correttamente. La sua venuta fu prorompente. Quella terra, fertile e prospera, conobbe la paura. Dagas conobbe la paura.

La Bestia era un suo antico rivale. In una vita precedente il loro destino doveva essere stato legato dagli dei, perché dal loro primo incontro, anni prima, mai si erano totalmente persi di vista. Da terre lontane arrivavano notizie, e Dagas mai aveva smesso di tendere l’orecchio, aspettando il giorno in cui il terrore sarebbe giunto sopra di lui a coprire il cielo.

Il guerriero non era pronto. Non lo era mai. C’era sempre qualcos’altro che lo costringeva a rimandare lo scontro. Le vittime, la ricostruzione, i predoni, la carestia. Per mesi aveva rimandato la battaglia, limitandosi a qualche schermaglia. Raccoglieva informazioni, cercava il coraggio che gli mancava nelle parole dei compagni d’arme. Ritrovò vecchi alleati e strinse nuovi legami, sapendo che la sua forza non risiedeva solo nel braccio che brandiva la lancia.

La Bestia si allontanò per qualche tempo. Dagas ne approfittò per recuperare le forze e prepararsi all’incontro con la sua nemesi. Non variò il suo addestramento: aveva fiducia nelle proprie capacità. Ma si mise alla prova ugualmente: rivelò la propria paura agli altri. Con molta fatica, riuscì ad ammettere davanti ai propri compagni che lo scontro con il nemico, con questo nemico, lo teneva sveglio la notte.

Non temeva tanto di uscirne menomato, o di non sopravvivere. Certo, gli avrebbe senza dubbio fatto piacere ritornare dallo scontro. Non era neanche la possibilità di uscire sconfitto dalla battaglia. Era preparato a quell’eventualità.

A rubargli il sonno e levargli la fame era l’idea che il mostro sparisse. Solo qualcuno capì. Per lui era diventato imprescindibile il confronto con la Bestia. In un certo senso aveva bisogno di quella tensione. Nessuno era mai riuscito a sfidarla con successo, e lui non riteneva certo di avere doti particolari che gli garantissero la vittoria, ma l’idea che uno scontro portasse alla fine di quella danza fra inseguitore e inseguito lo turbava.

Se avesse vinto, avrebbe dovuto uccidere la Bestia. Oltre a ritenere improbabile una vittoria, Dagas era convinto che mai avrebbe potuto uccidere il nemico. Ma non era solo quello. Se fosse stato sconfitto, possibilità a cui era preparato, cosa sarebbe successo?

La Bestia lo avrebbe finito? Non sarebbe stata una morte disonorevole. E se invece avesse perso l’interesse per quella loro sfida infinita? Se lo avesse lasciato indietro, ferito e sconfitto, per non farsi più rivedere? A Dagas sarebbero ancora arrivate notizie del passaggio del mostro, ma mai più avrebbe avuto la possibilità di scontrarsi con lui.

Tuttavia, non voleva più rimandare. Non poteva più rimandare. L’ansia di misurarsi con la Bestia lo divorava. Mangiava poco, dormiva solo lo stretto necessario, trovandosi ben prima dell’alba sveglio ad affilare la propria spada e allenare il proprio corpo a quel confronto.

Lanciò il guanto di sfida non appena la Bestia fu tornata in quelle terre. Non diede a vedere il proprio turbamento, era convinto che quella fosse la strada giusta, ma all’ultimo qualcosa lo costrinse a retrocedere.

Stranger Dreams #4

6-7 settembre 2015

La prima parte è andata perduta per sempre. Non ricordo assolutamente nulla, zero bolero. Evidentemente qualcosa di normale nella mia testa succede, di tanto in tanto.

Unico ricordo della prima parte è la conclusione. Dal buio, da un’oscurità totale, abissale, spunta la faccia di mio babbo (!) che tenta di mordermi. Mi viene un colpo, cerco di fermare la scena gridando “Ma questo è un sogno!”. E funziona. Fine prima parte. Emozionante. Riprendo fiato e mi riaddormento (sì, il jumpscare tendenzialmente mi fa svegliare)

Della seconda parte ricordo perlopiù l’ambientazione: nebbia fittissima, ambienti molto aperti, strade costellate di edifici rinascimentali. Non resisto alla tentazione di scalarne uno e inizio a zampettare felicemente da un tetto all’altro. Ah, e i vampiri.

Avevo appena finito di giocare un vecchissimo classico per pc, Legacy of Kain, quindi ricordavo alla perfezione addirittura dialoghi interi, luoghi, personaggi…una trama molto appassionante, devo dire. E ovviamente nel sogno io ero Kain, uno dei due protagonisti!

Si susseguono per un tempo interminabile inseguimenti, fughe,sangue, combattimenti, sangue, acrobazie, salti, sangue. Tutto molto emozionante; credo tra le altre cose di aver rivissuto tutta la trama del gioco in prima persona, con l’unico dettaglio che i personaggi che incontravo avevano le fattezze di gente conosciuta, amici, parenti…

Tutti tranne il coprotagonista, Raziel, cui non corrispondeva nessuno tra amici e parenti 😦 un vero peccato, perché la scena finale del sogno era davvero strappalacrime, io costretto ad assorbire la sua anima per l’ultima impresa…

Il Segreto della Felicità

Un mercante, una volta, mandò il figlio ad apprendere il segreto della felicità dal più saggio di tutti gli uomini. Il ragazzo vagò per quaranta giorni nel deserto, finché giunse a un meraviglioso castello in cima a una montagna. Là viveva il Saggio che il ragazzo cercava.

Invece di trovare un sant’uomo, però, il nostro eroe entrò in una sala dove regnava un’attività frenetica: mercanti che entravano e uscivano, ovunque gruppetti che parlavano, una orchestrina che suonava dolci melodie. E c’era una tavola imbandita con i più deliziosi piatti di quella regione del mondo. Il Saggio parlava con tutti, e il ragazzo dovette attendere due ore prima che arrivasse il suo turno per essere ricevuto.

Il Saggio ascoltò attentamente il motivo della sua visita, ma disse al ragazzo che in quel momento non aveva tempo di spiegargli il segreto della felicità. Gli suggerì di fare un giro per il palazzo e di tornare dopo due ore.

“Nel frattempo, voglio chiederti un favore”, concluse il Saggio, consegnandogli un cucchiaino da tè su cui versò due gocce d’olio. “Mentre cammini, porta questo cucchiaino senza versare l’olio”.

Il ragazzo cominciò a salire e scendere le scalinate del palazzo, sempre tenendo gli occhi fissi sul cucchiaino. In capo a due ore, ritornò al cospetto del Saggio.

“Allora”, gli domandò questi, “hai visto gli arazzi della Persia che si trovano nella mia sala da pranzo? Hai visto i giardini che il Maestro dei Giardinieri ha impiegato dieci anni a creare? Hai notato le belle pergamene della mia biblioteca?”

Il ragazzo, vergognandosi, confessò di non aver visto niente. La sua unica preoccupazione era stata quella di non versare le gocce d’olio che il Saggio gli aveva affidato.

“Ebbene, allora torna indietro e guarda le meraviglie del mio mondo”, disse il Saggio. “Non puoi fidarti di un uomo se non conosci la sua casa”.

Tranquillizzato, il ragazzo prese il cucchiaino e di nuovo si mise a passeggiare per il palazzo, questa volta osservando tutte le opere d’arte appese al soffitto e alle pareti. Notò i giardini, le montagne circostanti, la delicatezza dei fiori, la raffinatezza con cui ogni opera d’arte era disposta al proprio posto. Di ritorno al cospetto del Saggio, riferì particolareggiatamente su tutto quello che aveva visto.

“Ma dove sono le due gocce d’olio che ti ho affidato?” Domandò il Saggio.

Guardando il cucchiaino, il ragazzo si accorse di averle versate.

“Ebbene, questo è l’unico consiglio che ho da darti”, concluse il più Saggio dei saggi. “Il segreto della felicità consiste nel guardare tutte le meraviglie del mondo senza mai dimenticare le due gocce d’olio nel cucchiaino.”

Il ragazzo tacque. Aveva capito la storia del vecchio re: un pastore ama viaggiare, ma non dimentica mai le sue pecore.

Stranger Dreams #3

19-20 giugno 2015

Sogno ambientato in un imprecisato momento di qualche anno prima; sono a casa di mia nonna, a dormire sul divano di fianco al suo letto, è sera e in tv danno un horror sui fantasmi, la cui trama nel sogno mi aveva preso tantissimo. Tanto da ricordarla al risveglio!

Il film racconta la storia di questa ricchissima famiglia americana -genitori e due figli- che vive in una villa enorme; una vita tutto sommato normale. Un giorno, però, l’uomo inizia a notare strane cose: le finestre vibrano senza che succeda nulla dentro o fuori, gli oggetti non sono dove erano stati lasciati la sera prima; addirittura gli alberi nel giardino non sono sempre al loro posto! L’ansia si impadronisce dei quattro, il che non fa che aumentare il numero di questi episodi.

Succede qualcosa che non ricordo, forse un litigio, e dopo il vuoto…una festa. Decine di invitati, un sacco di gente in giro per casa. L’uomo, però, in preda ad una crisi di nervi, racconta tutto agli ospiti, allibiti. Molti si spaventano, qualcuno si allontana, quasi nessuno la butta sul ridere; tra gli altri, c’è un ragazzo che entra in casa e ne esce, pochi minuti dopo, con una pistola, per poi iniziare a sparare all’uomo dicendo con una calma innaturale qualcosa come “non voglio sentire altro”. Ovviamente mosso dai fantasmi.

La scena successiva è in ospedale. La storia, me ne accorgo solo ora, è raccontata da un giornalista/detective che sta parlando con i medici; si viene a sapere che la donna, in evidente stato di shock, è ancora insieme ai figli e li tiene stretti a sé, non permettendo a nessuno di avvicinarli. Sembra impazzita, e ripete continuamente ai due bambini una lista di cose da non fare assolutamente -cose assurde ma che non ricordo-, legate alle apparizioni dei fantasmi (forse cose che li attiravano, o ne preannunciavano l’arrivo).

Proprio mentre lei è inquadrata, un’onda d’urto spaventosa glieli strappa dalle braccia! Ma è qualcosa di strano…la sento anche io, fuori dalla tv, e sento la finestra della stanza di fianco -una di quelle di legno, vecchie, sconnesse- che inizia a vibrare sempre più forte!

Mi sveglio. Sono sul divano, mia nonna sta guardando la tv e per calmarmi inizia a parlare di uncinetto. Mi tranquillizzo, lei spegne la tv e si mette a dormire. Come cala il silenzio nella casa, immediatamente succede una delle cose della lista! Col cuore in gola, mi sveglio davvero.

p.s. mai visto un film del genere, anche se sicuramente esiste già. Complimenti al mio subconscio per aver preso un dato tutto sommato trascurabile (le finestre dell’appartamento dove studio a Bologna) e averci costruito un’atmosfera così inquietante attorno!!

Conversare con l’Universo – parte 2

Quante volte capita che l’illuminazione venga da una serie tv, un libro, una pubblicità o un segnalibro? A me due o tre volte all’ora, se non sono in forma. Fortunatamente i miei sono problemi da idioti (niente di grave, ma mi ci gingillo un sacco, ci penso e ci ripenso finché non mi addormento), quindi posso permettermi di procrastinare all’infinito, costruirci castelli di carte sopra, immaginare possibili finali…io non mi faccio film mentali: io ho all’attivo intere serie tv nella mia testa i cui incipit suonano “come sarebbe andata se…“, “cosa succederebbe se io dicessi/facessi…” e “quanto mi ci vorrebbe a uccidere tutti in questa stanza usando…“.

Passando un sacco di tempo a riflettere sul nulla cosmico, ultimamente mi sono reso conto che, ad ascoltare un attimo, il cosmo risponde. La risposta di questi giorni sono due impulsi audiovisivi: una scena di Bojack Horseman (ho sbagliato a ripartire da capo in questo periodo) e un video dei The Pills.

Mr. Peanutbutter: Ammettilo, hai un debole per la mia ragazza!
BoJack Horseman: Oh, andiamo. Sono attratto da lei? Certo! Mi sento meglio quando lei è intorno? Sì! Mi prende come mai è successo con un’altra? Senza alcun dubbio. Ho delle fantasie su di lei? Sì, ma solo in due posizioni. Secondo te sono il tipo che si fregherebbe la ragazza di un altro? Certo, ovvio! Ma ho un debole per lei? La risposta è no. Non hai di che preoccuparti! 

Ehm…

L’altro è questo video qui. Fantastico, come sempre quando questi geniali ragazzi parlano di cose serie.

-Ah Luì, ma qual è il problema? Io non capisco…io penso soltanto che tu sia una grandissima testa di cazzo viziata…
-Ma io SONO una grandissima testa di cazzo viziata, Luca! Io sono una grandissima testa di cazzo viziata. Il problema è proprio questo, capisci? Il problema è che non posso dare la colpa a nessuno se non a me stesso…se non a me stesso, Luca. Io non c’ho avuto problemi che mio padre se scopa ‘na ventenne, o mia madre va dall’analista, capisci? Io non ce li ho questi problemi: i miei mi hanno sempre amato! Mi hanno sempre amato, capisci? E comunque il risultato è che a me me piace la droga. E non è che io me drogo perché i miei genitori non se volevano bene, no, no…è che a me piace la droga…cioè, a me piace proprio la droga, capisci. Volevo drogamme. Un botto, tantissimo, me piace, capisci? CAPISCI qual è la questione? Mi piacciono le escort non perché mi madre da ragazzino non me leggeva le fiabe perché stava a litigà co mi padre…no, a me piacciono le escort. Cioè…mi piacciono le escort proprio…perché c’hanno le zinne rifatte, magari pure il culo rifatto…so bionde, so slavate, so delle fregne, capito…

Tra le altre cose, l’universo mi ha pure sbattuto in fronte un quasi-due di picche. “Quasi” solo perché non chiedevo esplicitamente un appuntamento, ma il senso è quello…

Stranger Dreams #2

Estate 2014 (credo)

Sono in un grattacielo altissimo, al piano terra, insieme ad altre quattro persone che non conosco: un uomo sulla quarantina, magro, vestito bene; una ragazza sui 25 dall’aspetto curato ma divorata dall’ansia; una signora sulla cinquantina, un po’ in carne, con una vestaglia a fiori; un altro ragazzo sulla ventina, silenzioso e schivo. Senza che nessuno ci spieghi niente, sappiamo di dover salire fino all’ultimo piano, e così saliamo le scale.

Tuttavia, al primo piano non ci sono altre scale! Cerchiamo bene, ma si tratta di un’unico stanzone vuoto, molto illuminato (tutt’attorno sono solo finestre). Iniziamo a preoccuparci fino a che…non “tocca a me“. Ci rendiamo conto quasi subito che il grattacielo funziona così: ad ogni piano corrisponde un ricordo della vita di uno di noi, e, a turno, dobbiamo risolvere la situazione in modo migliore di come avevamo fatto allora, o ripeterla e riviverla davanti ad altri 4 sconosciuti fino a trovare il comportamento, le parole giuste, e proseguire.

Una seconda possibilità per correggere gli errori, grandi e piccoli, del passato. Ma sotto lo sguardo di altre persone, che possono nel frattempo esplorare il ricordo e sentire persino i nostri pensieri di quel momento! Probabilmente il pubblico/giuria è parte della prova stessa.

Saliamo di diversi piani, ma non ricordo nessuno di questi; ci alterniamo regolarmente, ed ogni ricordo è, per il protagonista, doloroso ed umiliante. Vedersi esposti in quel modo, oltre che messi davanti alle proprie responsabilità, è devastante. Ad alcuni servono lunghe pause per riprendersi, ma nessuno mette in discussione l’intera faccenda…

L’unico piano di cui ricordo qualcosa (vagamente) è in realtà un ibrido di ricordi diversi: una ragazza che mi piaceva ma con cui non ero riuscito a combinare niente anni prima, in quel ricordo ci stava provando con me (falso storico, almeno per quanto riguarda il contesto in cui eravamo); quando era stata la sua volta di farsi avanti, lo stronzo ero stato io. La risoluzione del piano era stata lunghissima, essenzialmente perché non volevo ammettere che, quella seconda volta, ero stato io l’infame.

Al risveglio, dopo essermi segnato il sogno, non ho potuto non chiedere scusa a M. (una delle poche volte in cui l’istinto mi ha suggerito di dar seguito ad un sogno).

Stranger Dreams #1

Data ignota, un imprecisato momento tra il 2013 e il 2014

Sono in un paese sconosciuto, dalle vie larghe e diritte, ampi marciapiedi intervallati da alberelli e aiuole, edifici bassi e grigi, spenti. L’impressione è di trovarmi in un videogioco, con case, palazzi e negozi che si ripetono sempre uguali ogni 200 metri. Proseguendo sempre dritto mi ritrovo dov’ero prima, si accentua l’idea di essere in un gioco. Unica cosa degna di nota è un enorme edificio a base esagonale, un grattacielo in cui improvvisamente mi trovo con una ventina di persone.

So chi sono i miei compagni (tutte comparse, in realtà), li conosco da anni e siamo lì per un motivo ben preciso: sul tetto e nel seminterrato ci sono due portali dimensionali aperti su altri mondi, da cui stanno arrivando orde di mostri. Siamo armati di blaster in stile Star Wars. Ci dividiamo in tre gruppi, uno per ogni portale ed uno che ripulisca tutta la torre, in cui già si sono sparse le prime creature aliene. Non un semplice videogioco, quindi: uno sparatutto!

Nel gruppo che resta nel seminterrato c’è anche la ragazza che amo (altra comparsa, non ha un volto che io ricordi alla fine del sogno). Ci separiamo, ciascuno a fare il suo sporco lavoro. Piano dopo piano, ufficio dopo ufficio, un appartamento per volta, sterminiamo i parassiti che già hanno invaso la torre, eliminando anche quelli che, usciti dalla torre, si stanno spargendo in città. Mostri generici, non ricordo cosa fossero.

Tuttavia la squadra nei sotterranei è in difficoltà; corriamo a soccorrerli. Arriviamo nel seminterrato, un’ampia distesa di terra battuta totalmente vuota (ingombrata solo dai copri di mostri e soldati), con, a due estremità, le scale ed una voragine che sembra condurre in profondità. I compagni sopravvissuti sono circondati e stanno combattendo corpo a corpo, ma ho occhi solo per la ragazza che amo (molto anonimo, mi spiace, ma non ha un volto né un nome), che ovviamente viene uccisa proprio davanti ai miei occhi.

Scena da film. Corro a sentire le sue ultime parole (che non ricordo, sono davvero pessimo), mentre lei muore fra le mie braccia; la battaglia continua ad infuriare attorno a noi. Un classico. Mi alzo con lei in braccio, senza vita, e –altro cliché– con un grido fortissimo libero un’onda d’urto spaventosa con cui elimino tutti i mostri. “Così, a cazzo di cane“, come l’avrebbe fatta Renè Ferretti.

Mi sveglio con un leggero senso di colpa. Perché sparo a dei mostri quando ho poteri mentali con cui eviterei un sacco di vittime fra i miei compagni? Mah…

Stranger Dreams

Ho sempre fatto sogni assurdi. Alcuni terrificanti, altri semplicemente inquietanti, meno spesso solo piacevoli o divertenti. Però mi è sempre piaciuto un sacco. Inspiegabilmente. Credo di essere stato l’unico bambino al mondo che godeva dei propri incubi. (Sì, c’è qualcosa di sbagliato in tutto questo, ma tant’è…). Non è sempre stato così semplice.

Da piccolo facevo sogni terrificanti, perlopiù inseguimenti, morti, squartamenti ad opera di mostri, demoni e compagnia bella. Atmosfere spettrali, luci cupe o assenti, colonne sonore confuse ed inquietanti. Mi svegliavo spesso nel cuore della notte col fiatone, e ci mettevo un po’ a riaddormentarmi: avevo paura che il sogno riprendesse dove l’avevo lasciato. Ma già era stato un miracolo riuscire ad uscirne…davvero dovevo tornare a dormire?

Poi un bel giorno, non saprei assolutamente dire quando, ci ho preso gusto. Essere inseguito da dei mastini era comunque spaventoso, ma mi rendevo conto che si trattava di un sogno: accettavo l’idea che anche un fallimento, significasse anche finire squartato, poteva essere interessante. Ci presi molto gusto.

Diversi anni dopo (più o meno negli anni del liceo) riscoprii Dylan Dog. Lo leggevo da piccolo, ma l’avevo abbandonato per un po’. Sarà mica stato quello a..ma no, figurati! Comunque…nel riprendere ad esplorare il mondo da incubo di Dylan, mi resi pienamente conto di quello che potevo fare: erano i MIEI sogni; una volta realizzato di stare in un incubo, potevo fare quello che volevo! Ero il regista delle mie notti, avevo in mano il telecomando! Riuscì a fare un paio di sogni lucidi (all’inizio lo trovai eccezionale, poi persi interesse: era più divertente vedere dove mi portava la mia mente, smisi di sforzarmi di farne altri), e continuai ad appassionarmi sempre di più a quello che succedeva nella mia testa mentre dormivo.

Da qui l’idea, qualche anno dopo ancora, ormai all’università, di metterli per iscritto. Ho iniziato quasi per caso, scrivendone un paio ad un’amica. Presi a segnarmi, al risveglio, cosa avevo sognato, con quanti più dettagli possibile. Ricordare i dettagli di un sogno può dirci molto su cosa stiamo passando, su cosa ci spaventa, cosa vorremmo dalla vita, da noi stessi e dagli altri. A me interessava solo collezionare avventure assurde e pericolose. Non ho quasi mai voluto leggervi altro. Tranne in un paio di occasioni particolari, mi sono sempre limitato a prendere nota di quello che succedeva.

Quindi…eccomi qui, a raccontarli nel mio diario online!