Reading challenge

Volente o nolente, nel 2021 ho avuto tempo da perdere e una gran voglia di leggere. Voglia rinata dopo aver finito l’università, dato che erano anni che non mi davo alla narrativa!

Facendo servizio civile in una piccola biblioteca di periferia ho avuto modo e tempo di leggere davvero tanto. Un po’ per informarmi, un po’ per il gusto di leggere, un po’ per stuzzicare la morosa, lettrice di gran lunga migliore di me. Tra saggi, narrativa e graphic novel ho letto davvero tanto.

Ma non sono qui per vantarmi. Tutt’altro. Di tutto quello che ho letto mi è rimasto poco, sicuramente anche a causa del modo in cui ho letto, con una certa voracità.

Ma il libro che sto leggendo adesso (La cultura orizzontale, di Solimine-Zanchini, Laterza 2020) mi ha suggerito una somiglianza con il modo di consumare l’informazione e l’intrattenimento proprio di un’intera generazione. Un approccio quasi compulsivo, sicuramente curioso, affamato, decisamente multitasking (ho scoperto di riuscire a leggere di più iniziando nuovi libri prima di finire quelli già in corso).

E… Niente. Non sono ancora caduto nel tunnel delle reading challenge, per quanto per certi versi mi incuriosiscano, ma penso che rallenterò un attimo per darmi qualche momento di pausa fra un libro e un altro. E magari appuntarmi qui qualcosa di interessante

#perle di filosofia: Marx problem solving

«Una formazione politica non perisce finché non siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dare corso; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza.

Ecco perché l’umanità non si propone se non quei problemi che può risolvere, perché, a considerare le cose dappresso, si trova sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali della sua soluzione esistono già o almeno sono in formazione.»

Marx, Prefazione (1859) a Per la critica dell’economia politica

Commentarii#1 – Bar Sport, Stefano Benni

Il mio primo contatto con Benni non poteva che essere il suo classico. Se lo dovessi riassumere in maniera sommaria e rapidissima, direi che l’ho trovato arguto, irriverente e romantico.

Arguto. “Passano suore piccolissime, della misura casa di cura, che è una misura standard, uno e quaranta. Le fanno a Vicenza, in un seminario con i soffitti bassi bassi. […] Passa il primario, distinto e brizzolato, col camice bianco e l’abbronzatura da primario, tonalità mogano.” (84)

Irriverente. “Il ristorante rustico, nel novanta per cento dei casi, è in una stradina non asfaltata sopo una grande curva. Ma gli abitanti, appena vi hanno visto partire, asfaltano la strada e girano la curva dall’altra parte perché non possiate tornare. Inoltre i ristoranti rustici amano saltare da una parte all’altra dei fiumi, e arrampicarsi sulle montagne.” (93)

Romantico. “L’insegna funzionò un mese con il seguente orario: ore 5-7: BR SPT. La A e la OR si accendevano alle sette e un quarto, quando cioè si spegnevano le altre. Dalle 7 alle 8 rimaneva accesa solo la B; poi due ore di buio totale. Dalle 10, variazioni intermittenti delle due R,in rosa e in viola. Dalle 11, tutto acceso ma alla rovescia. Poi unì’ora di BAR ORT e, nelle sere più calde, un documentario sui castori.“

#16 Stranger Dreams

5-6 marzo 2016

La prima parte è confusa, ricordo solo il momento in cui, in macchina con C., la morosa di mio cugino, superiamo S. e M. all’ingresso della statale sul cavalcavia di Viserba Monte facendogli il medio. E basta.

La seconda parte è più complessa. Sono in una base navale, il cielo è terso e chiarissimo, sembra dipinto, e il panorama è monotono: gru, grandi spiazzi di cemento, container e grossi cubi di gommapiuma. In questo porto addestrano super soldati, e io sono (ovviamente) il più super: salto più in alto, corro più veloce, sono più forte di tutti gli altri, ed è una pacchia.

Fino a che non decidono che sono diventato troppo forte, quindi mandano un esterno a uccidermi (che poi…se lui era più forte di me, come se ne sarebbero disfatti?): vestito come un Agente di Matrix, inizia a inseguirmi senza mostrare il minimo sforzo, correndo e saltando alla mia stessa velocità solo per mostrarmi che è benissimo in grado di starmi dietro.

Porto al limite il mio sforzo, riuscendo a seminarlo grazie alla folla di soldati che mi prova a prendere, e riprendo a saltare da una parte all’altra, consapevole che non posso farmi prendere da lui perché altrimenti sono fregato. L’ultima cosa che ricordo, dopo un lunghissimo inseguimento saltando da gru a container, rimbalzando sui cubi di gommapiuma e in giro per il porto, è un salto particolarmente alto e lungo, che porta entrambi a finire in acqua: ci tuffiamo, quindi, e andiamo davvero in profondità, ma come mi giro verso di lui, quando entrambi smettiamo di affondare e ci fermiamo, lui parte a scheggia a nuotare verso di me, alla stessa velocità a cui prima correva.

-E che c***o! Perché devo farmi prendere, se questo è il mio sogno?!

E mi sveglio.

#15 Stranger Dreams

2-3 febbraio 2016

La prima parte del sogno la ricordo abbastanza bene, la seconda l’ho dimenticata mentre scrivevo la prima, ho giusto qualche flash. In realtà credo di essermi anche svegliato, quindi suppongo si possa parlare di due sogni distinti.

Dunque, è primavera, forse estate, sono in campagna, in una casa colonica enorme. Il contadino, il padre di famiglia non c’è, è in città per un lavoro, e nel frattempo ne approfitto per portarmi a letto la figlia, consapevole che sta per tornare e tutti in casa potrebbero denunciarmi al fattore.

Il sogno inizia proprio col rumore del camioncino dell’uomo che mi sveglia: esco dal letto, mi metto dei pantaloni, esco dalla finestra e mi sdraio sul tetto (siamo al primo piano, il tetto su cui sono è la copertura del portico all’ingresso) in modo che non mi veda, e intanto osservo la scena della moglie che esce sbraitando e indica la casa, mentre mi arrivano parole del tipo “quella tr**a di tua figlia”, quindi deduco stiano parlando di me e della ragazza.

Mentre però sono lì “nascosto” ad ascoltare, da una finestra uno dei figli del fattore mi vede e attacca a urlare, così mi scoprono e inizia l’inseguimento: tutta la casa è in subbuglio (a parte la ragazza, che continua imperterrita a dormire), e ovunque mi si parano davanti uomini e ragazzi per fermarmi, mentre il vecchio contadino avanza lentamente dietro di me, ma ogni volta che provano a fermarmi me ne libero con un paio di pugni (mi sento molto Eddy di Tekken).

Così continua per un bel pezzo la fuga attraverso tutte le stanze della casa, dalla cucina alla sala, fino in soffitta, da cui riesco a uscire passando per il lucernaio, e il contadino non riesce a prendermi, alla fine. In realtà non ricordo la fine, quindi non ne sono sicuro, ma ricordo l’atmosfera di serenità e calore che il sogno manteneva nonostante il casino (sarà stato il sole, ma stavo benissimo).

Ricordo peraltro un altro momento in cui mi ero tornato a nascondere sul tetto e l’uomo era in cortile, e tutti mi stavano cercando ma non mi trovavano; così ho provato a lanciare un sasso dall’altra parte del tetto, prendendo la grondaia: lui ci casca in pieno, allontanandosi, ma come esco allo scoperto tutti mi sono addosso e l’inseguimento riprende.

La seconda parte del sogno (o il secondo sogno, che dir si voglia) invece era decisamente più cupa: non ricordo praticamente niente, se non che ero coi miei cugini ed era abbastanza buio, probabilmente era sera, e dovevamo essere da qualche parte sul lungomare. Particolare non irrilevante era che nel secondo sogno ero consapevole di cosa fosse successo nel primo, e se non ricordo male lo stavo proprio raccontando a S. e M.; altro pessimo particolare che ricordo è che a un certo punto mi è caduto un incisivo a forma di molare. Sì, era uno dei denti davanti, ma era decisamente troppo grosso e largo per essere un incisivo, e ricordo anche di aver perso molto sangue, quasi da non riuscire più a parlare. Anzi, è proprio quando il sangue mi ha riempito la bocca che ho smesso di raccontare, e mi sono fermato prima della fine, esattamente fino a dove mi ricordavo al risveglio…

#NoFinaleChampionsaIstanbul

A una settimana dall’inizio dell’offensiva turca in Siria contro i curdi, ancora poco si muove a livello internazionale. Molte voci si alzano a chiedere e pretendere una presa di posizione chiara ed un intervento italiano ed europeo al riguardo. Intervento che per mille ragioni tarda ad arrivare.

Nel frattempo su twitter inizia a circolare l’hashtag “NoFinaleChampionsaIstanbul“. Che, come ogni cosa, raccoglie anche critiche. Soprattutto. La principale è che serve un intervento “serio”, non una piccolezza come questa (come se chi l’ha lanciato si proponesse di far cessare una guerra così).

Posto che siamo tutti d’accordo sulla necessità assoluta di intervenire tempestivamente (e già si potrebbe discutere a lungo su cosa ciascuno intenda con “intervento”), credo che spostare la finale di un evento simile avrebbe un notevole impatto mediatico, e che ogni azione sia utile in questo momento. Quindi…ben venga se anche il mondo del calcio si muovesse per dire che la situazione non è normale, e che neanche lui può stare a guardare.

Ma non è di questo che voglio parlare. Imbattermi in quell’# mi ha riportato alla mente un’altra situazione di crisi. Tennis. ’76, Cile, finale della Coppa Davis. Il Cile di Pinochet arriva in finale a causa del ritiro della squadra russa, che si rifiuta di giocare contro la nazione del feroce dittatore e boicotta la semifinale.

L’Italia arriva in finale. A casa si discute a lungo sul da farsi. Giocare vorrebbe dire accettare di scendere in campo con la nazionale cilena, mentre il Cile è in agonia. Giocare vorrebbe dire stare fisicamente nel complesso (Estadio Nacional de Chile) utilizzato fino a poco tempo prima dal regime come campo di concentramento. Il governo e il CONI non si esprimono, lasciando agli atleti stessi la possibilità e la responsabilità di decidere.

Alla terza partita, l’accoppiata Panatta-Bertolucci spiazza lo stadio, facendo montare l’indignazione delle autorità. I due atleti italiani si presentano sul campo indossando una maglietta rossa. Rosso è il colore dei foulard delle donne che, a pochi isolati, protestano e chiedono la liberazione di mariti, figli e parenti. Il colore delle vittime del regime. Della resistenza.

Dopo due set la coppia di atleti riprende i colori della nazionale. L’Italia vince la finale. A casa il gesto passa inosservato, solo tempo dopo la storia viene diffusa.

#perle di filosofia: il Caso Susan

Susan vive in un’amena cittadina americana con la sua famiglia, il marito e due figli. Ha tanti amici, un lavoro soddisfacente e tutto va per il meglio. Susan è felice.

Tuttavia, dopo dieci anni di felice matrimonio, scopre che David, il marito, la tradisce da tempo. Il sogno si infrange. Susan è distrutta. Fortunatamente, invece che abbandonarsi alla disperazione, si abbandona alla Filosofia.

Dunque Susan trova conforto nella speculazione. E si chiede se, nei dieci anni precedenti, sia stata davvero felice.

La sua prima risposta è sì. “Sì, sono stata felice. Finché non ho saputo cosa stava succedendo alle mie spalle, sono stata felice.” Tuttavia ben presto si chiede: “Però se lo avessi saputo è ovvio che non mi sarei sentita così. Quindi lo sono stata davvero?”

Susan si sentiva felice. Per un Soggettivista questo basta. Era felice. Il suo sentire era chiaro, e non aveva bisogno d’altro. L’Oggettivista, invece, chiede all’altro di restare coi piedi per terra: il marito la tradiva, tutte le amiche sapevano e nessuno la reputava felice. Sorvolando sulla definizione di amicizia che O può avere, la questione non è semplice.

Fermo restando che non ci sono argomenti definitivi per schierarsi con uno piuttosto che con l’altro, andiamo più a fondo. O appoggia parte della sua argomentazione sull’idea soggettivista: per lui, però, il sentire di Susan non è sufficiente; a quello si deve aggiungere una certa configurazione esterna, un certo stato di cose. Tra la percezione dell’individuo e l’universo ci deve essere una certa corrispondenza.

Una possibile obiezione è che, se non è Susan a poter valutare il proprio stato, chi dovrebbe essere? Qualcuno che da fuori ha una più ampia visione d’insieme e può quindi stabilire della sua felicità? E come farebbe questo giudice esterno a decretare che lui sì che ha tutte le informazioni necessarie per giudicare? Potrebbe farlo solo se onnisciente, ma mi sembra eccessivo scomodare Dio per così poco. E anche allora…in base a quali criteri? I propri? La statistica? Il senso comune?

D’altra parte, declassare lo stato mentale “felicità” ad una condizione totalmente incentrata sul sé potrebbe sembrare riduttivo. Un tossicodipendente si potrebbe dire felice della propria condizione. Dubito che S lo ritenga desiderabile.

A questa particolare situazione, però, la risposta è presto data: è desiderabile una felicità più duratura possibile. O ed S sarebbero d’accordo. Ma a questo punto, O propone un ulteriore caso su cui riflettere.

Jonah ha un incidente, in seguito al quale riporta gravi lesioni che, agendo a livello organico, lo “costringono” in uno stato di perenne felicità. Quando la moglie muore, però, Jonah non può che odiarsi per la sua condizione: al funerale non riusciva ad essere triste.

Il caso in realtà si risolve da solo: la sua è una condizione patologica. E in questo caso davvero sembra discutibile la sua “felicità”, dovuta solo ad un fatto organico, fisiologico. Jonah è a disagio, si rende conto che non vorrebbe sentirsi così. La facile replica di S sarebbe che una definizione di felicità troppo rigida è inutile in questo caso: per la realizzazione personale, per la serenità di Jonah, per la sua “felicità”, è necessario che in quel momento lui possa provare dolore, possa essere “infelice”.

E…niente, si potrebbe andare avanti all’infinito. Sta a noi rifletterci e valutare. E non è strano trovarci a metà strada tra l’oggettivista ed il soggettivista.

#14 Stranger Dreams

24-25 gennaio 2016

Sono Batman, per non so quale motivo, e sono in un parco a tema Star Wars. O forse sono davvero in un distruttore imperiale. Non mi stupisco più di niente.

Sono con altre 4 persone, ci sono 2 spade laser e 3 blaster a disposizione, e dobbiamo penetrare nel cuore dell’astronave e premere il famoso pulsante per l’autodistruzione. I bei vecchi tempi quando le astronavi le facevano semplici semplici…

Io prendo una spada e il tizio che prende l’altra viene con me, ci dividiamo dal resto del gruppo. La prima a sinistra, poi la seconda a destra e siamo nella stanza con il bottone, che ha sopra una comoda etichetta per riconoscerlo in caso di necessità (ma davvero?!); lo premo, e il conto alla rovescia che doveva essere di 6 minuti è di sei secondi!

Iniziamo a correre, e mentre usciamo mi vengono i sensi di colpa: abbiamo preso entrambe le spade e ci siamo divisi dagli altri, roba che se incontrano un sith sono fregati. E infatti quando usciamo (fortunatamente si salvano tutti e non succede niente, nonostante i 5 minuti e 54 secondi di anticipo sul tempo previsto) ce lo fanno pesare un sacco

#13 Stranger Dreams

20-21 gennaio 2016

Prima parte: sono nell’aula magna del mio liceo durante credo un’assemblea d’istituto e sto cercando un posto dove sedermi, quando all’improvviso dalla porta entra Batman. Un Batman animato che sembra uscito da un videogioco vecchio, ma è pur sempre Batman; e inizia a rincorrermi con la chiara intenzione di riempirmi di schiaffi!

Scappo per un po’, correndo fra i banchi, su e giù per le scalinate, quando dal portone entra mio cugino S. Vedo che Batman si ferma, gli si fa incontro, S. gli tira un pugno pazzesco e lo manda al tappeto; poi guarda verso di me…e attacca anche lui a rincorrermi!

Incapace di reagire riprendo a correre, senza il minimo segno di stanchezza, e l’inseguimento continua in modo sempre più spettacolare: ci arrampichiamo sulle tende, corriamo sui muri, saltiamo da una fila all’altra, fino a quando lui si ferma, esce, e gli dà il cambio D., nostro ex compagno di squadra una quindicina di anni fa, che continua nel tentativo di picchiarmi…boh

Mi sveglio, è si e no l’una, scrivo il sogno a C. (salutiamo C., se ci sta seguendo da casa), e torno a dormire, convinto che non avrei fatto altri sogni. E invece…

Mi sveglio con un bel sole caldo che illumina il mio letto: sono nel letto della mia casa a Bologna, ma qualcosa è diverso. Tipo il mobile di fianco al letto, che è lungo quanto il letto e mi impedisce di vedere il letto dall’altra parte, che per inciso non è più occupato dal mio coinquilino L., ma da I.! La stanza è la sala da pranzo dei miei nonni, ma sul lato corto ci sono appunto i due letti, e sopra al mio letto c’è un grande specchio.

Ci svegliamo, vedo riflessa I. di spalle che si spoglia e si cambia, e ripenso alla sera prima, e il flashback riempie tutto il sogno: sdraiato su un qualche divano o letto, mi addormento con la testa in grembo a lei, mentre lei mi accarezza dolcemente e canta “Gente che spera”…

A un certo punto della mia vita, i miei sogni iniziano ad avere colonne sonore. Devo preoccuparmi?

#12 Stranger Dreams

13-14 gennaio 2016

Sono nel bel mezzo della foresta pluviale con altre sette o otto persone fra cui ricordo solamente mio nonno; stiamo avanzando chiacchierando allegramente in mezzo ad alberi caduti e fango, sotto un bel sole caldo che filtra dai numerosi spazi tra le chiome degli alberi…sembra esserci stata un’alluvione, o un tornado. Non ricordo altro.

A un certo punto il paesaggio cambia leggermente, ci ritroviamo in una zona che, dal punto in cui sono, somiglia tantissimo alla foresta che attraversano Tullio e Miguel nel seguire la strada per El Dorado, quando cantano e si trovano su tre piani diversi loro e il cavallo…boh