Susan vive in un’amena cittadina americana con la sua famiglia, il marito e due figli. Ha tanti amici, un lavoro soddisfacente e tutto va per il meglio. Susan è felice.
Tuttavia, dopo dieci anni di felice matrimonio, scopre che David, il marito, la tradisce da tempo. Il sogno si infrange. Susan è distrutta. Fortunatamente, invece che abbandonarsi alla disperazione, si abbandona alla Filosofia.
Dunque Susan trova conforto nella speculazione. E si chiede se, nei dieci anni precedenti, sia stata davvero felice.
La sua prima risposta è sì. “Sì, sono stata felice. Finché non ho saputo cosa stava succedendo alle mie spalle, sono stata felice.” Tuttavia ben presto si chiede: “Però se lo avessi saputo è ovvio che non mi sarei sentita così. Quindi lo sono stata davvero?”
Susan si sentiva felice. Per un Soggettivista questo basta. Era felice. Il suo sentire era chiaro, e non aveva bisogno d’altro. L’Oggettivista, invece, chiede all’altro di restare coi piedi per terra: il marito la tradiva, tutte le amiche sapevano e nessuno la reputava felice. Sorvolando sulla definizione di amicizia che O può avere, la questione non è semplice.
Fermo restando che non ci sono argomenti definitivi per schierarsi con uno piuttosto che con l’altro, andiamo più a fondo. O appoggia parte della sua argomentazione sull’idea soggettivista: per lui, però, il sentire di Susan non è sufficiente; a quello si deve aggiungere una certa configurazione esterna, un certo stato di cose. Tra la percezione dell’individuo e l’universo ci deve essere una certa corrispondenza.
Una possibile obiezione è che, se non è Susan a poter valutare il proprio stato, chi dovrebbe essere? Qualcuno che da fuori ha una più ampia visione d’insieme e può quindi stabilire della sua felicità? E come farebbe questo giudice esterno a decretare che lui sì che ha tutte le informazioni necessarie per giudicare? Potrebbe farlo solo se onnisciente, ma mi sembra eccessivo scomodare Dio per così poco. E anche allora…in base a quali criteri? I propri? La statistica? Il senso comune?
D’altra parte, declassare lo stato mentale “felicità” ad una condizione totalmente incentrata sul sé potrebbe sembrare riduttivo. Un tossicodipendente si potrebbe dire felice della propria condizione. Dubito che S lo ritenga desiderabile.
A questa particolare situazione, però, la risposta è presto data: è desiderabile una felicità più duratura possibile. O ed S sarebbero d’accordo. Ma a questo punto, O propone un ulteriore caso su cui riflettere.
Jonah ha un incidente, in seguito al quale riporta gravi lesioni che, agendo a livello organico, lo “costringono” in uno stato di perenne felicità. Quando la moglie muore, però, Jonah non può che odiarsi per la sua condizione: al funerale non riusciva ad essere triste.
Il caso in realtà si risolve da solo: la sua è una condizione patologica. E in questo caso davvero sembra discutibile la sua “felicità”, dovuta solo ad un fatto organico, fisiologico. Jonah è a disagio, si rende conto che non vorrebbe sentirsi così. La facile replica di S sarebbe che una definizione di felicità troppo rigida è inutile in questo caso: per la realizzazione personale, per la serenità di Jonah, per la sua “felicità”, è necessario che in quel momento lui possa provare dolore, possa essere “infelice”.
E…niente, si potrebbe andare avanti all’infinito. Sta a noi rifletterci e valutare. E non è strano trovarci a metà strada tra l’oggettivista ed il soggettivista.