My Life As…a RPG #1

Era iniziato tutto due mesi prima. Attraversava le colline senza troppi pensieri, nonostante la lunghissima scalata della Piramide d’Argilla l’avesse prosciugato di ogni energia; era stato un percorso tortuoso e pieno di insidie. Alcuni compagni l’avevano abbandonato, qualcuno lo aveva tradito, e dopo mesi, alla fine, aveva deciso di fermarsi e tornare indietro.

La cosa non lo aveva turbato. Almeno, non quanto aveva sconvolto i suoi compagni. Loro non lo avrebbero mai perdonato, ma erano giovani, avevano molto da imparare: una guerra che logora il vincitore è un brutto affare per entrambi i contendenti. Dagas aveva provato ad ascoltare il suo cuore, e il suo cuore gli aveva suggerito di deporre le armi; gli aveva rivelato che c’era un confine, per quanto sfumato, fra costanza e ostinazione. Non voleva diventare schiavo di una sfida, così si era ritirato.

All’inizio, del mostro non si aveva nessuna notizia. La sua comparsa non fu annunciata da simboli, segnali o presagi. Uno solo, anzi. Che nessuno fu in grado di interpretare correttamente. La sua venuta fu prorompente. Quella terra, fertile e prospera, conobbe la paura. Dagas conobbe la paura.

La Bestia era un suo antico rivale. In una vita precedente il loro destino doveva essere stato legato dagli dei, perché dal loro primo incontro, anni prima, mai si erano totalmente persi di vista. Da terre lontane arrivavano notizie, e Dagas mai aveva smesso di tendere l’orecchio, aspettando il giorno in cui il terrore sarebbe giunto sopra di lui a coprire il cielo.

Il guerriero non era pronto. Non lo era mai. C’era sempre qualcos’altro che lo costringeva a rimandare lo scontro. Le vittime, la ricostruzione, i predoni, la carestia. Per mesi aveva rimandato la battaglia, limitandosi a qualche schermaglia. Raccoglieva informazioni, cercava il coraggio che gli mancava nelle parole dei compagni d’arme. Ritrovò vecchi alleati e strinse nuovi legami, sapendo che la sua forza non risiedeva solo nel braccio che brandiva la lancia.

La Bestia si allontanò per qualche tempo. Dagas ne approfittò per recuperare le forze e prepararsi all’incontro con la sua nemesi. Non variò il suo addestramento: aveva fiducia nelle proprie capacità. Ma si mise alla prova ugualmente: rivelò la propria paura agli altri. Con molta fatica, riuscì ad ammettere davanti ai propri compagni che lo scontro con il nemico, con questo nemico, lo teneva sveglio la notte.

Non temeva tanto di uscirne menomato, o di non sopravvivere. Certo, gli avrebbe senza dubbio fatto piacere ritornare dallo scontro. Non era neanche la possibilità di uscire sconfitto dalla battaglia. Era preparato a quell’eventualità.

A rubargli il sonno e levargli la fame era l’idea che il mostro sparisse. Solo qualcuno capì. Per lui era diventato imprescindibile il confronto con la Bestia. In un certo senso aveva bisogno di quella tensione. Nessuno era mai riuscito a sfidarla con successo, e lui non riteneva certo di avere doti particolari che gli garantissero la vittoria, ma l’idea che uno scontro portasse alla fine di quella danza fra inseguitore e inseguito lo turbava.

Se avesse vinto, avrebbe dovuto uccidere la Bestia. Oltre a ritenere improbabile una vittoria, Dagas era convinto che mai avrebbe potuto uccidere il nemico. Ma non era solo quello. Se fosse stato sconfitto, possibilità a cui era preparato, cosa sarebbe successo?

La Bestia lo avrebbe finito? Non sarebbe stata una morte disonorevole. E se invece avesse perso l’interesse per quella loro sfida infinita? Se lo avesse lasciato indietro, ferito e sconfitto, per non farsi più rivedere? A Dagas sarebbero ancora arrivate notizie del passaggio del mostro, ma mai più avrebbe avuto la possibilità di scontrarsi con lui.

Tuttavia, non voleva più rimandare. Non poteva più rimandare. L’ansia di misurarsi con la Bestia lo divorava. Mangiava poco, dormiva solo lo stretto necessario, trovandosi ben prima dell’alba sveglio ad affilare la propria spada e allenare il proprio corpo a quel confronto.

Lanciò il guanto di sfida non appena la Bestia fu tornata in quelle terre. Non diede a vedere il proprio turbamento, era convinto che quella fosse la strada giusta, ma all’ultimo qualcosa lo costrinse a retrocedere.

Stranger Dreams #4

6-7 settembre 2015

La prima parte è andata perduta per sempre. Non ricordo assolutamente nulla, zero bolero. Evidentemente qualcosa di normale nella mia testa succede, di tanto in tanto.

Unico ricordo della prima parte è la conclusione. Dal buio, da un’oscurità totale, abissale, spunta la faccia di mio babbo (!) che tenta di mordermi. Mi viene un colpo, cerco di fermare la scena gridando “Ma questo è un sogno!”. E funziona. Fine prima parte. Emozionante. Riprendo fiato e mi riaddormento (sì, il jumpscare tendenzialmente mi fa svegliare)

Della seconda parte ricordo perlopiù l’ambientazione: nebbia fittissima, ambienti molto aperti, strade costellate di edifici rinascimentali. Non resisto alla tentazione di scalarne uno e inizio a zampettare felicemente da un tetto all’altro. Ah, e i vampiri.

Avevo appena finito di giocare un vecchissimo classico per pc, Legacy of Kain, quindi ricordavo alla perfezione addirittura dialoghi interi, luoghi, personaggi…una trama molto appassionante, devo dire. E ovviamente nel sogno io ero Kain, uno dei due protagonisti!

Si susseguono per un tempo interminabile inseguimenti, fughe,sangue, combattimenti, sangue, acrobazie, salti, sangue. Tutto molto emozionante; credo tra le altre cose di aver rivissuto tutta la trama del gioco in prima persona, con l’unico dettaglio che i personaggi che incontravo avevano le fattezze di gente conosciuta, amici, parenti…

Tutti tranne il coprotagonista, Raziel, cui non corrispondeva nessuno tra amici e parenti 😦 un vero peccato, perché la scena finale del sogno era davvero strappalacrime, io costretto ad assorbire la sua anima per l’ultima impresa…

Il Segreto della Felicità

Un mercante, una volta, mandò il figlio ad apprendere il segreto della felicità dal più saggio di tutti gli uomini. Il ragazzo vagò per quaranta giorni nel deserto, finché giunse a un meraviglioso castello in cima a una montagna. Là viveva il Saggio che il ragazzo cercava.

Invece di trovare un sant’uomo, però, il nostro eroe entrò in una sala dove regnava un’attività frenetica: mercanti che entravano e uscivano, ovunque gruppetti che parlavano, una orchestrina che suonava dolci melodie. E c’era una tavola imbandita con i più deliziosi piatti di quella regione del mondo. Il Saggio parlava con tutti, e il ragazzo dovette attendere due ore prima che arrivasse il suo turno per essere ricevuto.

Il Saggio ascoltò attentamente il motivo della sua visita, ma disse al ragazzo che in quel momento non aveva tempo di spiegargli il segreto della felicità. Gli suggerì di fare un giro per il palazzo e di tornare dopo due ore.

“Nel frattempo, voglio chiederti un favore”, concluse il Saggio, consegnandogli un cucchiaino da tè su cui versò due gocce d’olio. “Mentre cammini, porta questo cucchiaino senza versare l’olio”.

Il ragazzo cominciò a salire e scendere le scalinate del palazzo, sempre tenendo gli occhi fissi sul cucchiaino. In capo a due ore, ritornò al cospetto del Saggio.

“Allora”, gli domandò questi, “hai visto gli arazzi della Persia che si trovano nella mia sala da pranzo? Hai visto i giardini che il Maestro dei Giardinieri ha impiegato dieci anni a creare? Hai notato le belle pergamene della mia biblioteca?”

Il ragazzo, vergognandosi, confessò di non aver visto niente. La sua unica preoccupazione era stata quella di non versare le gocce d’olio che il Saggio gli aveva affidato.

“Ebbene, allora torna indietro e guarda le meraviglie del mio mondo”, disse il Saggio. “Non puoi fidarti di un uomo se non conosci la sua casa”.

Tranquillizzato, il ragazzo prese il cucchiaino e di nuovo si mise a passeggiare per il palazzo, questa volta osservando tutte le opere d’arte appese al soffitto e alle pareti. Notò i giardini, le montagne circostanti, la delicatezza dei fiori, la raffinatezza con cui ogni opera d’arte era disposta al proprio posto. Di ritorno al cospetto del Saggio, riferì particolareggiatamente su tutto quello che aveva visto.

“Ma dove sono le due gocce d’olio che ti ho affidato?” Domandò il Saggio.

Guardando il cucchiaino, il ragazzo si accorse di averle versate.

“Ebbene, questo è l’unico consiglio che ho da darti”, concluse il più Saggio dei saggi. “Il segreto della felicità consiste nel guardare tutte le meraviglie del mondo senza mai dimenticare le due gocce d’olio nel cucchiaino.”

Il ragazzo tacque. Aveva capito la storia del vecchio re: un pastore ama viaggiare, ma non dimentica mai le sue pecore.

Stranger Dreams #3

19-20 giugno 2015

Sogno ambientato in un imprecisato momento di qualche anno prima; sono a casa di mia nonna, a dormire sul divano di fianco al suo letto, è sera e in tv danno un horror sui fantasmi, la cui trama nel sogno mi aveva preso tantissimo. Tanto da ricordarla al risveglio!

Il film racconta la storia di questa ricchissima famiglia americana -genitori e due figli- che vive in una villa enorme; una vita tutto sommato normale. Un giorno, però, l’uomo inizia a notare strane cose: le finestre vibrano senza che succeda nulla dentro o fuori, gli oggetti non sono dove erano stati lasciati la sera prima; addirittura gli alberi nel giardino non sono sempre al loro posto! L’ansia si impadronisce dei quattro, il che non fa che aumentare il numero di questi episodi.

Succede qualcosa che non ricordo, forse un litigio, e dopo il vuoto…una festa. Decine di invitati, un sacco di gente in giro per casa. L’uomo, però, in preda ad una crisi di nervi, racconta tutto agli ospiti, allibiti. Molti si spaventano, qualcuno si allontana, quasi nessuno la butta sul ridere; tra gli altri, c’è un ragazzo che entra in casa e ne esce, pochi minuti dopo, con una pistola, per poi iniziare a sparare all’uomo dicendo con una calma innaturale qualcosa come “non voglio sentire altro”. Ovviamente mosso dai fantasmi.

La scena successiva è in ospedale. La storia, me ne accorgo solo ora, è raccontata da un giornalista/detective che sta parlando con i medici; si viene a sapere che la donna, in evidente stato di shock, è ancora insieme ai figli e li tiene stretti a sé, non permettendo a nessuno di avvicinarli. Sembra impazzita, e ripete continuamente ai due bambini una lista di cose da non fare assolutamente -cose assurde ma che non ricordo-, legate alle apparizioni dei fantasmi (forse cose che li attiravano, o ne preannunciavano l’arrivo).

Proprio mentre lei è inquadrata, un’onda d’urto spaventosa glieli strappa dalle braccia! Ma è qualcosa di strano…la sento anche io, fuori dalla tv, e sento la finestra della stanza di fianco -una di quelle di legno, vecchie, sconnesse- che inizia a vibrare sempre più forte!

Mi sveglio. Sono sul divano, mia nonna sta guardando la tv e per calmarmi inizia a parlare di uncinetto. Mi tranquillizzo, lei spegne la tv e si mette a dormire. Come cala il silenzio nella casa, immediatamente succede una delle cose della lista! Col cuore in gola, mi sveglio davvero.

p.s. mai visto un film del genere, anche se sicuramente esiste già. Complimenti al mio subconscio per aver preso un dato tutto sommato trascurabile (le finestre dell’appartamento dove studio a Bologna) e averci costruito un’atmosfera così inquietante attorno!!

Conversare con l’Universo – parte 2

Quante volte capita che l’illuminazione venga da una serie tv, un libro, una pubblicità o un segnalibro? A me due o tre volte all’ora, se non sono in forma. Fortunatamente i miei sono problemi da idioti (niente di grave, ma mi ci gingillo un sacco, ci penso e ci ripenso finché non mi addormento), quindi posso permettermi di procrastinare all’infinito, costruirci castelli di carte sopra, immaginare possibili finali…io non mi faccio film mentali: io ho all’attivo intere serie tv nella mia testa i cui incipit suonano “come sarebbe andata se…“, “cosa succederebbe se io dicessi/facessi…” e “quanto mi ci vorrebbe a uccidere tutti in questa stanza usando…“.

Passando un sacco di tempo a riflettere sul nulla cosmico, ultimamente mi sono reso conto che, ad ascoltare un attimo, il cosmo risponde. La risposta di questi giorni sono due impulsi audiovisivi: una scena di Bojack Horseman (ho sbagliato a ripartire da capo in questo periodo) e un video dei The Pills.

Mr. Peanutbutter: Ammettilo, hai un debole per la mia ragazza!
BoJack Horseman: Oh, andiamo. Sono attratto da lei? Certo! Mi sento meglio quando lei è intorno? Sì! Mi prende come mai è successo con un’altra? Senza alcun dubbio. Ho delle fantasie su di lei? Sì, ma solo in due posizioni. Secondo te sono il tipo che si fregherebbe la ragazza di un altro? Certo, ovvio! Ma ho un debole per lei? La risposta è no. Non hai di che preoccuparti! 

Ehm…

L’altro è questo video qui. Fantastico, come sempre quando questi geniali ragazzi parlano di cose serie.

-Ah Luì, ma qual è il problema? Io non capisco…io penso soltanto che tu sia una grandissima testa di cazzo viziata…
-Ma io SONO una grandissima testa di cazzo viziata, Luca! Io sono una grandissima testa di cazzo viziata. Il problema è proprio questo, capisci? Il problema è che non posso dare la colpa a nessuno se non a me stesso…se non a me stesso, Luca. Io non c’ho avuto problemi che mio padre se scopa ‘na ventenne, o mia madre va dall’analista, capisci? Io non ce li ho questi problemi: i miei mi hanno sempre amato! Mi hanno sempre amato, capisci? E comunque il risultato è che a me me piace la droga. E non è che io me drogo perché i miei genitori non se volevano bene, no, no…è che a me piace la droga…cioè, a me piace proprio la droga, capisci. Volevo drogamme. Un botto, tantissimo, me piace, capisci? CAPISCI qual è la questione? Mi piacciono le escort non perché mi madre da ragazzino non me leggeva le fiabe perché stava a litigà co mi padre…no, a me piacciono le escort. Cioè…mi piacciono le escort proprio…perché c’hanno le zinne rifatte, magari pure il culo rifatto…so bionde, so slavate, so delle fregne, capito…

Tra le altre cose, l’universo mi ha pure sbattuto in fronte un quasi-due di picche. “Quasi” solo perché non chiedevo esplicitamente un appuntamento, ma il senso è quello…

Stranger Dreams #2

Estate 2014 (credo)

Sono in un grattacielo altissimo, al piano terra, insieme ad altre quattro persone che non conosco: un uomo sulla quarantina, magro, vestito bene; una ragazza sui 25 dall’aspetto curato ma divorata dall’ansia; una signora sulla cinquantina, un po’ in carne, con una vestaglia a fiori; un altro ragazzo sulla ventina, silenzioso e schivo. Senza che nessuno ci spieghi niente, sappiamo di dover salire fino all’ultimo piano, e così saliamo le scale.

Tuttavia, al primo piano non ci sono altre scale! Cerchiamo bene, ma si tratta di un’unico stanzone vuoto, molto illuminato (tutt’attorno sono solo finestre). Iniziamo a preoccuparci fino a che…non “tocca a me“. Ci rendiamo conto quasi subito che il grattacielo funziona così: ad ogni piano corrisponde un ricordo della vita di uno di noi, e, a turno, dobbiamo risolvere la situazione in modo migliore di come avevamo fatto allora, o ripeterla e riviverla davanti ad altri 4 sconosciuti fino a trovare il comportamento, le parole giuste, e proseguire.

Una seconda possibilità per correggere gli errori, grandi e piccoli, del passato. Ma sotto lo sguardo di altre persone, che possono nel frattempo esplorare il ricordo e sentire persino i nostri pensieri di quel momento! Probabilmente il pubblico/giuria è parte della prova stessa.

Saliamo di diversi piani, ma non ricordo nessuno di questi; ci alterniamo regolarmente, ed ogni ricordo è, per il protagonista, doloroso ed umiliante. Vedersi esposti in quel modo, oltre che messi davanti alle proprie responsabilità, è devastante. Ad alcuni servono lunghe pause per riprendersi, ma nessuno mette in discussione l’intera faccenda…

L’unico piano di cui ricordo qualcosa (vagamente) è in realtà un ibrido di ricordi diversi: una ragazza che mi piaceva ma con cui non ero riuscito a combinare niente anni prima, in quel ricordo ci stava provando con me (falso storico, almeno per quanto riguarda il contesto in cui eravamo); quando era stata la sua volta di farsi avanti, lo stronzo ero stato io. La risoluzione del piano era stata lunghissima, essenzialmente perché non volevo ammettere che, quella seconda volta, ero stato io l’infame.

Al risveglio, dopo essermi segnato il sogno, non ho potuto non chiedere scusa a M. (una delle poche volte in cui l’istinto mi ha suggerito di dar seguito ad un sogno).

Stranger Dreams #1

Data ignota, un imprecisato momento tra il 2013 e il 2014

Sono in un paese sconosciuto, dalle vie larghe e diritte, ampi marciapiedi intervallati da alberelli e aiuole, edifici bassi e grigi, spenti. L’impressione è di trovarmi in un videogioco, con case, palazzi e negozi che si ripetono sempre uguali ogni 200 metri. Proseguendo sempre dritto mi ritrovo dov’ero prima, si accentua l’idea di essere in un gioco. Unica cosa degna di nota è un enorme edificio a base esagonale, un grattacielo in cui improvvisamente mi trovo con una ventina di persone.

So chi sono i miei compagni (tutte comparse, in realtà), li conosco da anni e siamo lì per un motivo ben preciso: sul tetto e nel seminterrato ci sono due portali dimensionali aperti su altri mondi, da cui stanno arrivando orde di mostri. Siamo armati di blaster in stile Star Wars. Ci dividiamo in tre gruppi, uno per ogni portale ed uno che ripulisca tutta la torre, in cui già si sono sparse le prime creature aliene. Non un semplice videogioco, quindi: uno sparatutto!

Nel gruppo che resta nel seminterrato c’è anche la ragazza che amo (altra comparsa, non ha un volto che io ricordi alla fine del sogno). Ci separiamo, ciascuno a fare il suo sporco lavoro. Piano dopo piano, ufficio dopo ufficio, un appartamento per volta, sterminiamo i parassiti che già hanno invaso la torre, eliminando anche quelli che, usciti dalla torre, si stanno spargendo in città. Mostri generici, non ricordo cosa fossero.

Tuttavia la squadra nei sotterranei è in difficoltà; corriamo a soccorrerli. Arriviamo nel seminterrato, un’ampia distesa di terra battuta totalmente vuota (ingombrata solo dai copri di mostri e soldati), con, a due estremità, le scale ed una voragine che sembra condurre in profondità. I compagni sopravvissuti sono circondati e stanno combattendo corpo a corpo, ma ho occhi solo per la ragazza che amo (molto anonimo, mi spiace, ma non ha un volto né un nome), che ovviamente viene uccisa proprio davanti ai miei occhi.

Scena da film. Corro a sentire le sue ultime parole (che non ricordo, sono davvero pessimo), mentre lei muore fra le mie braccia; la battaglia continua ad infuriare attorno a noi. Un classico. Mi alzo con lei in braccio, senza vita, e –altro cliché– con un grido fortissimo libero un’onda d’urto spaventosa con cui elimino tutti i mostri. “Così, a cazzo di cane“, come l’avrebbe fatta Renè Ferretti.

Mi sveglio con un leggero senso di colpa. Perché sparo a dei mostri quando ho poteri mentali con cui eviterei un sacco di vittime fra i miei compagni? Mah…

Stranger Dreams

Ho sempre fatto sogni assurdi. Alcuni terrificanti, altri semplicemente inquietanti, meno spesso solo piacevoli o divertenti. Però mi è sempre piaciuto un sacco. Inspiegabilmente. Credo di essere stato l’unico bambino al mondo che godeva dei propri incubi. (Sì, c’è qualcosa di sbagliato in tutto questo, ma tant’è…). Non è sempre stato così semplice.

Da piccolo facevo sogni terrificanti, perlopiù inseguimenti, morti, squartamenti ad opera di mostri, demoni e compagnia bella. Atmosfere spettrali, luci cupe o assenti, colonne sonore confuse ed inquietanti. Mi svegliavo spesso nel cuore della notte col fiatone, e ci mettevo un po’ a riaddormentarmi: avevo paura che il sogno riprendesse dove l’avevo lasciato. Ma già era stato un miracolo riuscire ad uscirne…davvero dovevo tornare a dormire?

Poi un bel giorno, non saprei assolutamente dire quando, ci ho preso gusto. Essere inseguito da dei mastini era comunque spaventoso, ma mi rendevo conto che si trattava di un sogno: accettavo l’idea che anche un fallimento, significasse anche finire squartato, poteva essere interessante. Ci presi molto gusto.

Diversi anni dopo (più o meno negli anni del liceo) riscoprii Dylan Dog. Lo leggevo da piccolo, ma l’avevo abbandonato per un po’. Sarà mica stato quello a..ma no, figurati! Comunque…nel riprendere ad esplorare il mondo da incubo di Dylan, mi resi pienamente conto di quello che potevo fare: erano i MIEI sogni; una volta realizzato di stare in un incubo, potevo fare quello che volevo! Ero il regista delle mie notti, avevo in mano il telecomando! Riuscì a fare un paio di sogni lucidi (all’inizio lo trovai eccezionale, poi persi interesse: era più divertente vedere dove mi portava la mia mente, smisi di sforzarmi di farne altri), e continuai ad appassionarmi sempre di più a quello che succedeva nella mia testa mentre dormivo.

Da qui l’idea, qualche anno dopo ancora, ormai all’università, di metterli per iscritto. Ho iniziato quasi per caso, scrivendone un paio ad un’amica. Presi a segnarmi, al risveglio, cosa avevo sognato, con quanti più dettagli possibile. Ricordare i dettagli di un sogno può dirci molto su cosa stiamo passando, su cosa ci spaventa, cosa vorremmo dalla vita, da noi stessi e dagli altri. A me interessava solo collezionare avventure assurde e pericolose. Non ho quasi mai voluto leggervi altro. Tranne in un paio di occasioni particolari, mi sono sempre limitato a prendere nota di quello che succedeva.

Quindi…eccomi qui, a raccontarli nel mio diario online!

Coincidenze, ovvero Conversare con l’Universo

Per quanto mi piaccia lavorare di fantasia, sono filosoficamente piuttosto vicino all’empirismo. Adoro gli immensi voli pindarici almeno quanto stare ben piantato coi piedi per terra. Non ho mai creduto a magia, destino, oroscopi. Però ogni tanto mi piace anche lasciarmi andare e fare finta di sì. Tipo quando scopro che un film ha previsto un disastro ambientale e resto di sasso pensando a quante altre cose siano state previste in modo simile.

Tipo quando a novembre scorso, qualche giorno dopo (o prima, non ricordo) della mia laurea, ho sognato che mio cugino e la sua morosa, ai tempi incinta, erano a Bologna in casa mia per una festa; e durante la serata mi davano da tenere in braccio il figlio. E che è nato proprio quella notte! Poi va beh, nel sogno il bambino si trasformava in un tralcio di edera e, quando lo riportavo spaventato dalla mamma, lei mi tranquillizzava con un sereno “tranquillo, fa sempre così”. Perché dei sogni normali non li so fare.

Però ecco…ultimamente mi sto riguardando Dirk Gently, la fantastica serie tv tratta dall’omonimo romanzo di Douglas Adams. L’autore di Guida Galattica per gli Autostoppisti. Che, peraltro, sto leggendo. Quindi…”tutto è collegato“, “il caso e il fato non si escludono a vicenda, e c’è sempre anche il libero arbitrio”…quelle robe lì. E poi si, ogni tanto ho momenti in cui sono quasi certamente convinto di essere un sensitivo.

Per questo, nonostante non creda a queste cose, non ho potuto fare a meno di pensare “questa non può essere una coincidenza, l’universo mi sta parlando” quando, aprendo a casaccio il Manuale del Guerriero della Luce, mi è capitato il seguente aforisma.

“38. Un guerriero della luce studia con molta attenzione la posizione che intende conquistare.

Per quanto il suo obiettivo sia difficile, esiste sempre una maniera di superare gli ostacoli. Egli verifica i cammini alternativi, affila la sua spada, e cerca di colmare il proprio cuore con la perseveranza necessaria per affrontare la sfida.

Tuttavia, a mano a mano che avanza, il guerriero si rende conto che esistono difficoltà di cui non aveva tenuto conto.

Se rimane ad aspettare il momento ideale, non uscirà mai da quel luogo; è necessario un pizzico di follia per compiere il passo successivo.

E così il guerriero utilizza un briciolo di pazzia. Perché, in amore e in guerra, non è possibile prevedere tutto.”

E siccome ho la coda di paglia, ho richiuso subito prima che mi capitasse qualcosa di meno velato, tipo “il guerriero della luce non inventa scuse su scuse per non provarci con la ragazza che gli piace“.

Storie Brevi #1. Com-pas-sió-ne, dal latino: cum, “insieme”, patior, “soffro”

Era iniziato quasi per caso. Il fratello era tornato da un giro in moto con la gamba destra mezza grattata via, dopo una caduta sulla ghiaia. Non ci aveva dato troppo peso, in fondo suo fratello era un idiota, ma non si era mai fatto male sul serio. Almeno credeva, non aveva ascoltato con troppa attenzione il suo racconto. Però vederlo in quelle condizioni…gli aveva dato fastidio. E gli era rimasto un inspiegabile disagio addosso, un fastidio a cui non riusciva a dare un nome. Era come se gli prudesse la gamba.

Solo mesi dopo, ripensandoci, aveva ricondotto la sua peculiare condizione a quel momento. Non era neanche mai stato particolarmente empatico. Da quel giorno, invece, senza un apparente motivo, aveva iniziato a sentire il dolore attorno a sé. Si trattava perlopiù di un leggero disagio, e solo se si trattava di un ben preciso malore fisico: un taglio, una botta. A volte gli venivano dei lividi senza che ricordasse dove aveva sbattuto, altre si sentiva indolenzito come dopo una lunga corsa. Ci mise un po’ a spiegarsi quello strano fenomeno.

Il dubbio gli venne in ospedale. Andava a ritirare delle analisi. L’universo fece in modo che, proprio quella mattina, in quel corridoio, stesse passando anche un altro giovane, più o meno della stessa età, su una sedia a rotelle e con un piede ingessato. Nell’ingresso dell’ospedale, mentre lui usciva, l’altro lo riconobbe. Era un ex compagno del liceo. Lo chiamò diverse volte, attirando la sua attenzione giusto appena prima di perderlo di vista.

Il suo amico si era rotto qualcosa, come quasi tutti gli anni, giocando a calcetto. Lui lo prese in giro per il tempo ridicolmente lungo per cui avrebbe dovuto tenere il gesso, quasi un mese, gli chiese come andasse il lavoro al ristorante, e prima di salutarlo volle sapere come si era fatto male. Una stupida caduta e lo scontro con un altro giocatore, e il mignolo si era rotto. Non una storia particolarmente emozionante, ma qualcosa lo aveva colpito. Un brivido gli scese lungo la schiena, mentre salutava l’amico. L’aria condizionata doveva avergli dato fastidio. Però già pochi minuti dopo si rese conto di non riuscire più a camminare benissimo. Zoppicava.

Una settimana dopo ancora non camminava bene. Gli risultava impossibile appoggiare il piede destro, e faceva fatica anche solo a mettere le scarpe. A sentire che invece il suo amico in una settimana era miracolosamente già di nuovo a giocare, un dubbio ridicolo e assurdo iniziò a farsi strada nella sua mente. Era a dir poco strano, eppure doveva essere successo qualcosa…

Iniziò a fare caso al dolore delle persone attorno a sé. La sofferenza che provava era reale, quasi tangibile. Non aveva mai perso sangue, ma lividi e dolori vari si moltiplicavano. Si rese conto che percepiva in maniera più nitida il dolore di chi conosceva, di chi era legato a lui, e in particolare di chi gli era anche fisicamente più vicino. Smise di andare a lezione. Abbandonò il part-time che aveva trovato nella città dove studiava. Non usciva più la sera: diversi suoi amici trovavano straordinariamente divertente ridursi in poltiglia ogni venerdì sera, ma le condizioni in cui versavano quando si salutavano prima di tornare a casa avevano un effetto terribile su di lui. Non voleva più saperne.

Qualcuno ci fece caso, qualcuno non si fece più sentire. Alcuni erano preoccupati: non sembrava più lui. Rese sempre più rade le occasioni in cui si potevano incontrare, e le poche volte in cui vi era costretto, ascoltava distrattamente il suo interlocutore. Stando troppo concentrato sulla conversazione le sue condizioni peggioravano. Non aveva la minima voglia di ascoltare le loro lamentele, quindi stava al gioco; annuiva e stringeva le spalle quando gli dicevano che non si era più fatto vedere, e giurava e spergiurava che si sarebbe fatto vivo più spesso. Non ci volle molto tempo prima che lo lasciassero in pace.

Fu un’eccezione quando la sua migliore amica, dopo aver dovuto lasciare l’appartamento dove viveva in affitto, gli chiese ospitalità per una notte, per dare un esame il giorno dopo. Ogni scusa, ogni tentativo di rifiutare caddero nel vuoto. Gliela diede vinta. Un po’ gli mancava. Certo: era intrattabile, appena prima di un esame, però passare mesi e mesi da solo aveva ridimensionato i suoi standard di convivialità. Andava bene anche cenare in silenzio e non scambiare due parole per tutta la sera. Non era sicuro di aver fatto la cosa giusta, ma non riusciva a ricordare che problema avesse lei con l’università. Non si vedevano da quasi due anni, forse avrebbe dovuto chiederglielo.

La notte fu un’esperienza devastante. A cena non era riuscito a mangiare niente, ed era andato a letto prestissimo per cercare di riposare. Dopo tre ore, passate a rigirarsi nel letto, andò a spalancare le finestre, preso da una foga eccessiva anche per il caldo di quella notte. Tornò a letto, ma dopo un’altra ora di film che non aveva davvero guardato, si alzò di nuovo. Cucina, dispensa, biscotti; aveva fame, ma non aveva la minima voglia di mettersi a cucinare. Frigo, coca, birra; giusto un sorso di ciascuna, non gli andava neanche di finire una lattina.

Un altro paio d’ore nel letto, in un irritante dormiveglia. Gli mancava il fiato, il cuscino era scomodissimo, il lenzuolo lo soffocava. Gettò via tutto, restando ansimante a fissare il soffitto. Qualcuno aveva iniziato a suonare, in strada. Erano le tre di notte, meditò di andare a prendere una lattina da lanciare al chitarrista. Si limitò a correre in bagno a vomitare quei pochi biscotti che era riuscito a mandare giù. Tornato in camera, sfinito, si buttò sul letto senza neanche togliersi le ciabatte.

Alle sei era sveglio. Un cerchio alla testa, la bocca ancora impastata di quel sapore rivoltante. Si diede una lavata, tornò al frigo per finire la coca. O la birra. Niente, ancora solo un sorso di ciascuna. La sua amica si svegliò due ore dopo. Ringraziò cortesemente prima di uscire a dare l’esame. Non gli interessava sapere come sarebbe andata, spense il telefono perché non venisse in mente a lei di cercarlo. Era certo del motivo di quell’assurda nottata. Gettò uno sguardo al balcone. La tentazione di aprire la finestra e lasciarsi scivolare giù fu fortissima. Quella maledizione sarebbe finita lì, in un’afosa giornata di luglio. Aprì il battente, si sedette sulla ringhiera dando le spalle alla strada. Fissò il vuoto davanti a sé per ore prendendo un sorso ogni tanto dalla lattina che aveva ancora in mano, mentre il sole batteva sulla sua schiena. Sudato, sfinito dopo la notte passata in bianco, appoggiò la lattina ormai vuota. Non che avesse importanza, ma non si era neanche accorto quel delle due fosse. Prese un respiro.

Ebbe l’impulso di buttare l’occhio di sotto. Non sia mai che cadendo colpisse qualcuno. Sarebbe stato il colmo! Non passava nessuno.

-Fra! FRA! Cos’è, non ci senti più?

Sentire il proprio nome lo fece sobbalzare. La sua amica era giù che lo salutava, raggiante, sventolando il quaderno con gli appunti che la sera prima aveva piegato, ripiegato, stropicciato e strapazzato, aperto e chiuso in ogni direzione possibile e immaginabile. Si fermò. Restò a fissarla per un istante, guardandola come se venisse da un altro pianeta. Andò ad aprire alla porta. Ascoltò inspiegabilmente estasiato il racconto di quanto fosse andato bene l’esame, di quanto strano fosse l’essere riuscita a dormire la notte prima, di quanta voglia avesse lei di andare al mare, adesso che aveva finito con gli esami.

Non riuscì a dire niente. Non aveva mai pensato a quella prospettiva. Qualcosa scattò nella sua testa, e lui si attivò subito, nei giorni dopo, per capirci di più. Si rese conto che il dolore che provava lui era tutta sofferenza che gli altri non subivano. E, con un po’ di sforzo e concentrazione, era in grado di farsene attivamente carico, quasi fino ad eliminarla! Il pensiero del proprio potere gli diede le vertigini.

Da un giorno all’altro riprese a frequentare le lezioni, tornò ad uscire addirittura con persone che non vedeva da anni; prese a passare regolarmente da sua nonna, rimasta vedova da poco, e da uno zio antipatico e intrattabile che però viveva da solo da anni. Smise di bere, così da sopportare la sbornia dei suoi amici più idioti, ma riuscì anche a far dare una calmata ai due già sull’orlo dell’alcolismo. Si accorse che il dolore fisico era tutto sommato tollerabile, ed ebbe la conferma che la vera sofferenza era quella che non si vedeva.

Dopo qualche tempo, gli fu chiaro quanto, parlando con le persone, invece che stando semplicemente loro vicino, fosse più facile alleviarne la sofferenza. Alcune volte era devastante. Una volta si trovò a passare quasi tre giorni interi a casa di un amico più giovane che aveva perso il padre in un incidente di lavoro. Temette che non sarebbe sopravvissuto. La sensazione era spaventosa, un vuoto, un dolore atroce che lo annichiliva completamente, lo lasciava senza forze. Poche settimane dopo dovette fare i conti con qualcosa di simile. Aveva ripreso il lavoro, ma il suo capo era in difficoltà: il marito se n’era andato improvvisamente, il figlio aveva appena scoperto di avere la leucemia. Le cinque ore in negozio erano uno strazio. Si costrinse comunque a restare di più, anche solo dieci minuti, prima di venir via, per scambiare due parole con la signora.

Parlando con le persone poteva aiutarle. Era ridicolo, nella sua semplicità.

Forse non era un vero superpotere. Forse aveva solo imparato ad ascoltare.