Era iniziato quasi per caso. Il fratello era tornato da un giro in moto con la gamba destra mezza grattata via, dopo una caduta sulla ghiaia. Non ci aveva dato troppo peso, in fondo suo fratello era un idiota, ma non si era mai fatto male sul serio. Almeno credeva, non aveva ascoltato con troppa attenzione il suo racconto. Però vederlo in quelle condizioni…gli aveva dato fastidio. E gli era rimasto un inspiegabile disagio addosso, un fastidio a cui non riusciva a dare un nome. Era come se gli prudesse la gamba.
Solo mesi dopo, ripensandoci, aveva ricondotto la sua peculiare condizione a quel momento. Non era neanche mai stato particolarmente empatico. Da quel giorno, invece, senza un apparente motivo, aveva iniziato a sentire il dolore attorno a sé. Si trattava perlopiù di un leggero disagio, e solo se si trattava di un ben preciso malore fisico: un taglio, una botta. A volte gli venivano dei lividi senza che ricordasse dove aveva sbattuto, altre si sentiva indolenzito come dopo una lunga corsa. Ci mise un po’ a spiegarsi quello strano fenomeno.
Il dubbio gli venne in ospedale. Andava a ritirare delle analisi. L’universo fece in modo che, proprio quella mattina, in quel corridoio, stesse passando anche un altro giovane, più o meno della stessa età, su una sedia a rotelle e con un piede ingessato. Nell’ingresso dell’ospedale, mentre lui usciva, l’altro lo riconobbe. Era un ex compagno del liceo. Lo chiamò diverse volte, attirando la sua attenzione giusto appena prima di perderlo di vista.
Il suo amico si era rotto qualcosa, come quasi tutti gli anni, giocando a calcetto. Lui lo prese in giro per il tempo ridicolmente lungo per cui avrebbe dovuto tenere il gesso, quasi un mese, gli chiese come andasse il lavoro al ristorante, e prima di salutarlo volle sapere come si era fatto male. Una stupida caduta e lo scontro con un altro giocatore, e il mignolo si era rotto. Non una storia particolarmente emozionante, ma qualcosa lo aveva colpito. Un brivido gli scese lungo la schiena, mentre salutava l’amico. L’aria condizionata doveva avergli dato fastidio. Però già pochi minuti dopo si rese conto di non riuscire più a camminare benissimo. Zoppicava.
Una settimana dopo ancora non camminava bene. Gli risultava
impossibile appoggiare il piede destro, e faceva fatica anche solo a mettere le
scarpe. A sentire che invece il suo amico in una settimana era miracolosamente
già di nuovo a giocare, un dubbio ridicolo e assurdo iniziò a farsi strada
nella sua mente. Era a dir poco strano, eppure doveva essere successo qualcosa…
Iniziò a fare caso al dolore delle persone attorno a sé. La sofferenza
che provava era reale, quasi tangibile. Non aveva mai perso sangue, ma lividi e
dolori vari si moltiplicavano. Si rese conto che percepiva in maniera più
nitida il dolore di chi conosceva, di chi era legato a lui, e in particolare di
chi gli era anche fisicamente più vicino. Smise di andare a lezione. Abbandonò il
part-time che aveva trovato nella città dove studiava. Non usciva più la sera: diversi
suoi amici trovavano straordinariamente divertente ridursi in poltiglia ogni
venerdì sera, ma le condizioni in cui versavano quando si salutavano prima di
tornare a casa avevano un effetto terribile su di lui. Non voleva più saperne.
Qualcuno ci fece caso, qualcuno non si fece più sentire. Alcuni erano preoccupati: non sembrava più lui. Rese sempre più rade le occasioni in cui si potevano incontrare, e le poche volte in cui vi era costretto, ascoltava distrattamente il suo interlocutore. Stando troppo concentrato sulla conversazione le sue condizioni peggioravano. Non aveva la minima voglia di ascoltare le loro lamentele, quindi stava al gioco; annuiva e stringeva le spalle quando gli dicevano che non si era più fatto vedere, e giurava e spergiurava che si sarebbe fatto vivo più spesso. Non ci volle molto tempo prima che lo lasciassero in pace.
Fu un’eccezione quando la sua migliore amica, dopo aver dovuto lasciare l’appartamento dove viveva in affitto, gli chiese ospitalità per una notte, per dare un esame il giorno dopo. Ogni scusa, ogni tentativo di rifiutare caddero nel vuoto. Gliela diede vinta. Un po’ gli mancava. Certo: era intrattabile, appena prima di un esame, però passare mesi e mesi da solo aveva ridimensionato i suoi standard di convivialità. Andava bene anche cenare in silenzio e non scambiare due parole per tutta la sera. Non era sicuro di aver fatto la cosa giusta, ma non riusciva a ricordare che problema avesse lei con l’università. Non si vedevano da quasi due anni, forse avrebbe dovuto chiederglielo.
La notte fu un’esperienza devastante. A cena non era riuscito
a mangiare niente, ed era andato a letto prestissimo per cercare di riposare. Dopo
tre ore, passate a rigirarsi nel letto, andò a spalancare le finestre, preso da
una foga eccessiva anche per il caldo di quella notte. Tornò a letto, ma dopo
un’altra ora di film che non aveva davvero guardato, si alzò di nuovo. Cucina,
dispensa, biscotti; aveva fame, ma non aveva la minima voglia di mettersi a
cucinare. Frigo, coca, birra; giusto un sorso di ciascuna, non gli andava
neanche di finire una lattina.
Un altro paio d’ore nel letto, in un irritante dormiveglia. Gli
mancava il fiato, il cuscino era scomodissimo, il lenzuolo lo soffocava. Gettò via
tutto, restando ansimante a fissare il soffitto. Qualcuno aveva iniziato a
suonare, in strada. Erano le tre di notte, meditò di andare a prendere una
lattina da lanciare al chitarrista. Si limitò a correre in bagno a vomitare
quei pochi biscotti che era riuscito a mandare giù. Tornato in camera, sfinito,
si buttò sul letto senza neanche togliersi le ciabatte.
Alle sei era sveglio. Un cerchio alla testa, la bocca ancora impastata di quel sapore rivoltante. Si diede una lavata, tornò al frigo per finire la coca. O la birra. Niente, ancora solo un sorso di ciascuna. La sua amica si svegliò due ore dopo. Ringraziò cortesemente prima di uscire a dare l’esame. Non gli interessava sapere come sarebbe andata, spense il telefono perché non venisse in mente a lei di cercarlo. Era certo del motivo di quell’assurda nottata. Gettò uno sguardo al balcone. La tentazione di aprire la finestra e lasciarsi scivolare giù fu fortissima. Quella maledizione sarebbe finita lì, in un’afosa giornata di luglio. Aprì il battente, si sedette sulla ringhiera dando le spalle alla strada. Fissò il vuoto davanti a sé per ore prendendo un sorso ogni tanto dalla lattina che aveva ancora in mano, mentre il sole batteva sulla sua schiena. Sudato, sfinito dopo la notte passata in bianco, appoggiò la lattina ormai vuota. Non che avesse importanza, ma non si era neanche accorto quel delle due fosse. Prese un respiro.
Ebbe l’impulso di buttare l’occhio di sotto. Non sia mai che cadendo colpisse qualcuno. Sarebbe stato il colmo! Non passava nessuno.
-Fra! FRA! Cos’è, non ci senti più?
Sentire il proprio nome lo fece sobbalzare. La sua amica era giù che lo salutava, raggiante, sventolando il quaderno con gli appunti che la sera prima aveva piegato, ripiegato, stropicciato e strapazzato, aperto e chiuso in ogni direzione possibile e immaginabile. Si fermò. Restò a fissarla per un istante, guardandola come se venisse da un altro pianeta. Andò ad aprire alla porta. Ascoltò inspiegabilmente estasiato il racconto di quanto fosse andato bene l’esame, di quanto strano fosse l’essere riuscita a dormire la notte prima, di quanta voglia avesse lei di andare al mare, adesso che aveva finito con gli esami.
Non riuscì a dire niente. Non aveva mai pensato a quella prospettiva. Qualcosa scattò nella sua testa, e lui si attivò subito, nei giorni dopo, per capirci di più. Si rese conto che il dolore che provava lui era tutta sofferenza che gli altri non subivano. E, con un po’ di sforzo e concentrazione, era in grado di farsene attivamente carico, quasi fino ad eliminarla! Il pensiero del proprio potere gli diede le vertigini.
Da un giorno all’altro riprese a frequentare le lezioni, tornò
ad uscire addirittura con persone che non vedeva da anni; prese a passare
regolarmente da sua nonna, rimasta vedova da poco, e da uno zio antipatico e
intrattabile che però viveva da solo da anni. Smise di bere, così da sopportare
la sbornia dei suoi amici più idioti, ma riuscì anche a far dare una calmata ai
due già sull’orlo dell’alcolismo. Si accorse che il dolore fisico era tutto
sommato tollerabile, ed ebbe la conferma che la vera sofferenza era quella che
non si vedeva.
Dopo qualche tempo, gli fu chiaro quanto, parlando con le persone, invece che stando semplicemente loro vicino, fosse più facile alleviarne la sofferenza. Alcune volte era devastante. Una volta si trovò a passare quasi tre giorni interi a casa di un amico più giovane che aveva perso il padre in un incidente di lavoro. Temette che non sarebbe sopravvissuto. La sensazione era spaventosa, un vuoto, un dolore atroce che lo annichiliva completamente, lo lasciava senza forze. Poche settimane dopo dovette fare i conti con qualcosa di simile. Aveva ripreso il lavoro, ma il suo capo era in difficoltà: il marito se n’era andato improvvisamente, il figlio aveva appena scoperto di avere la leucemia. Le cinque ore in negozio erano uno strazio. Si costrinse comunque a restare di più, anche solo dieci minuti, prima di venir via, per scambiare due parole con la signora.
Parlando con le persone poteva aiutarle. Era ridicolo, nella sua semplicità.
Forse non era un vero superpotere. Forse aveva solo imparato ad ascoltare.