Almeno: non credo sia così. Anzi, mi sembra proprio uno slogan (vincente, per carità) da pubblicitari, fatto per convincere che sia così.
“Smettetela di sottolineare che Tizio ha detto un’idiozia colossale, fate solo il suo gioco”, o “non prendete in giro Caio per la gaffe in cui confondeva l’Austria con l’Australia, che gli fate pubblicità”.
Dunque. Capisco la logica secondo cui parlare di qualcosa o qualcuno, in qualche modo, gli dia visibilità. Ma da qui a dire che criticare qualcuno lo faccia salire nei sondaggi…eh, ce ne vuole!
Ammettiamo che ci sia una buona fetta di persone che frequentando i social e guardando la tv si facciano molto facilmente convincere a seguire un leader politico o un’ideologia. Il fan tipo del Salvini di turno rafforzerà la sua opinione disinformata e istintuale più che meditata a prescindere dal tipo di informazione che lo raggiungerà. Per lui ogni pubblicità è buona pubblicità.
Ma a preoccuparsi degli idioti si diventa calvi, quindi, per quanto io sia convinto della necessità di agire per risolvere il problema, non ritengo che spegnere il dissenso e fare meno rumore possibile sia la soluzione. O meglio: evitiamo di dare visibilità alle cose stupide (campagne pubblicitarie di bassa lega fatte chiaramente solo per far parlare di sé, vedi le millemila foto di Salvini che mangia e beve) e puntiamo sui concetti un pelo più importanti.
Che il governo porti avanti politiche disumane, controproducenti, miopi, insensate, non è cosa da far passare sottobanco. Non si può replicare a chi lo fa emergere che “così si fa il loro gioco”. Il silenzio fa il loro gioco. E se parte dei sostenitori di un partito sono fan, non è comunque il silenzio la soluzione.
Poi…che milioni di italiani votino di pancia, è evidente. È un dato. Ma l’obiettivo politico non dovrebbe essere attirarli dalla propria parte, bensì educarli a votare responsabilmente. Tipo sull’isola di Utopia.
“The contrary of every matter of fact is still possible, because it can never imply a contradiction, and is conceived by the mind with the same facility and distinctness as if ever so conformable to reality.”
(David Hume, An Enquiry Concerning Human Understanding)
“Il contrario di ogni materia di fatto è sempre possibile, perché non può mai implicare contraddizione e viene concepito dalla mente colla stessa facilità e distinzione che se fosse del pari conforme a realtà.”
Tutti abbiamo un film, una serie o un libro che adoriamo, ma della cui bassezza qualitativa siamo consapevoli.
C’è chi ama alla follia Once Upon a Time (ci sono passato anche io…gli effetti speciali mi hanno attirato, e poi, dai, C’È UNA PUNTATA IN CUI CANTANO!!), chi i film di Jason Statham. Qualcuno difende a spada tratta i libri del Ciclo dell’Eredità dopo Eragon, qualcuno il film de Lo Hobbit. Ho amici che si ritengono soddisfatti del finale di GoT e altri che negano che Il Ritorno della Forza non sia un remake della prima saga di Star Wars. Bruceranno all’inferno, ma è lecito.
A ciascuno il suo. Io ho Nicholas Cage. Eh, lo so, dovrei vergognarmi. E per carità, me ne vergogno. Però non posso farci niente, mi bagno ogni volta che guardo Il Tesoro dei Templari. Mi piace proprio. So benissimo che è un film di bassa lega, come Next, e non è che conosca neanche così tanti altri film di Cage… però è più forte di me.
Però…oggi mi sono imbattuto quasi casualmente nel primo pezzo del puzzle per spiegare questa insana passione. Quasi casualmente. È una storia lunga, sedetevi.
Stavo leggendo un libro, in treno. Improvvisamente il colpo di fulmine: cosa è successo storicamente il 29 gennaio, la mia data di nascita? (Così, “a caso”)
Girovagando per wikipedia, scopro che, oltre all’incoronazione di Michele III l’Ubriacone, cade il 29 gennaio (1990) un altro evento particolare, l’inizio del processo di Joseph Hazelwood, capitano della Hexxon Valdez (uno dei maggiori disastri ambientali nella storia). Disastro che mi ricorda quello, più recente, della Deepwater Horizon (non ho una cultura generale così ampia, me ne ricordo perché è il fulcro della prima puntata di una delle più belle serie tv che abbia mai visto, The Newsroom).
Approfondisco, non avendo di meglio da fare. E viene fuori, di link in link, una cosa strana. Un po’ inquietante, ma perfetta come scusa per giustificare la mia passione per Nicholas Cage.
In “Segnali dal Futuro”, c’è (non so bene quando) una scena in cui al telegiornale va in onda la notizia dell’esplosione della Deepwater.
Il film è del 2009. La Deepwater esplode nel 2010.
Mi chiedo da qualche giorno che fine abbiano fatto Jacopo Valsecchi e Natalia Tatulli, i due simpatici ragazzi che a dicembre erano in Piazza del Popolo a diffondere il messaggio cristiano per eccellenza, “ama il prossimo tuo”. Alla manifestazione della Lega. Me lo chiedo a tempo perso, non che dovessero fare qualcosa…
Ama il prossimo tuo. Messaggio chiaramente sovversivo, pericoloso e antidemocratico, il che spiega l’intervento tempestivo e aggressivo del servizio d’ordine e dei carabinieri. Disinnescata la pericolosità dello slogan, passato l’entusiasmo ed il clamore per la vicenda, i due giovani tornano alle loro vite.
A dir poco inquietante, anche se temo ricalchi l’interpretazione di molti italiani, o offra loro un’utile suggerimento per “conciliare” razzismo e cristianesimo. Mi ha fatto specie, tra le altre cose, che il buon Fontana se ne sia uscito con una simile esternazione proprio domenica 24 febbraio. Non che sia una data particolare, ma il Vangelo del giorno, Luca 6,27-38 ( https://www.vaticannews.va/it/vangelo-del-giorno-e-parola-del-giorno/2019/02/24.html ), mi sembrava proprio adatto all’interpretazione leghista del cristianesimo. “Amate i vostri nemici”, “Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta?”.
Ama il prossimo tuo. Pure quei bravi cristiani dei leghisti, pure Fontana, che ama solo entro un raggio di 1000 km. Mi piace, questo Vangelo che va controcorrente!
Tempo due giorni, e le acque si smuovono. Francesco Polacchi è indagato per apologia di fascismo e Altaforte è fuori dal Salone Internazionale del Libro.
Grandi festeggiamenti, tutti gli artisti e gli editori (beh, tutti gli altri) saranno presenti, l’equilibrio è stato ripristinato e la polemica si inizia a placare. Almeno: la polemica tra quanti, comunque in disaccordo con la presenza dell’editrice di estrema destra, erano divisi sulla soluzione da adottare.
Restano comunque “aperte” alcune questioni sollevate dalla presa di posizione del Salone e dal polverone stesso che si è alzato in questi giorni. Tipo l’eterno ritornello del “dare visibilità ai fascisti è fargli un favore”, basato sul più antico “ogni pubblicità è buona pubblicità”; che è, mi pare evidente, un’idiozia. Non si spiegherebbe in che modo sparare sulla croce rossa che è la sinistra non l’abbia già riportata alle stelle nei sondaggi.
O la sacrosanta libertà di espressione, onnipresente nelle accuse di censura mosse dall’estrema destra agli intellettuali di sinistra.
6 maggio 2019, scoppia la bomba per la presenza della casa editrice Altaforte alla 32^ edizione del Salone del Libro di Torino. “Salve, sono Altaforte. Forse vi ricorderete di me per capolavori di stampo sovranista del calibro di Il sistema per uccidere i popoli, Riprendersi tutto e Io sono Matteo Salvini.” Casa editrice apertamente vicina a Casapound e agli ambienti di estrema destra.
Lo scandalo. Il fronte di autori, artisti, collettivi e altri editori che sarebbero stati presenti alla fiera, tutti indignati per la presenza della casa editrice all’evento, si spacca in due: da una parte chi si rifiuta di partecipare, come Zerocalcare e Wu Ming, non volendo a nessun costo condividere quello spazio con dei fascisti; dall’altra chi, ugualmente disgustato, sceglie invece di confermare la propria presenza, tra cui Michela Murgia e Roberto Saviano. Segnalo, in particolare, la scelta di People, unica casa editrice a boicottare il salone.
Per arrivare al dunque la prendo larga. Le due posizioni, quella di chi rifiuta di “rimanere 3 giorni seduto a pochi metri dai sodali di chi ha accoltellato i miei fratelli, incrociarli ogni volta che vado a pisciare facendo finta che sia tutto normale” (come scrive Zerocalcare, inquadrando la questione come uno “spostare ogni settimana l’asticella del baratro“, https://twitter.com/zerocalcare/status/1125362360372400129 ), e quella di chi invece non accetta di stare a casa, di sentirsi intruso ad un evento culturale, e partecipa decidendo che preferisce “mettere il mio corpo a difesa delle mie parole” (Saviano, https://twitter.com/robertosaviano/status/1125736712263602177 ), mi ricordano qualcosa.
Silence (Scorsese 2016), prima di tutto. Padre Sebastiao Rodrigues e padre Francisco Garupe, due gesuiti del XVII secolo, sono tra i cristiani perseguitati in Giappone. Garupe è disposto al martirio, pur di non rinnegare la propria fede, Rodrigues è disposto addirittura all’apostasia, pur di continuare a vivere per gli ideali in cui crede.
E poi ci sono i docenti universitari che nel ’31 rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo. Persero il lavoro, ovviamente, e furono una risibile minoranza (12/18 su 1225). Nobile gesto. Ma, tra chi invece giurò, molti condividevano la linea suggerita da Togliatti e abbracciata da Luigi Einaudi: piegare il capo per non lasciare le cattedre in mano a fascisti convinti, e continuare invece a fare resistenza da quella posizione.
Non credo esista una risposta assolutamente giusta o una assolutamente sbagliata. Da piccolo ho sentito migliaia di volte ripetere che “chi non c’è, ha sempre torto”, ma non ne sono convinto. Disertare la fiera, rinunciare alla propria vita e opporsi apertamente al regime non mi sembrano metodi di protesta inferiori agli altri. Stare dentro la contraddizione, avere lo stand di fianco ad un Polacchi qualsiasi (quello che per Blocco Studentesco prima e Casapound dopo andava in giro a pestare la gente -e ai tempi si prese qualche anno in seguito ad una condanna-, quello per cui “il vero male dell’Italia è l’antifascismo“), giurare fedeltà salvo poi portare avanti i propri ideali, non mi sembrano risposte più semplici, difficili, coraggiose o prese a cuor leggero.
Capisco (e condivido, in realtà) le ragioni di chi ci sarà: ad un evento culturale, non sono gli intellettuali antifascisti a doversi sentire degli intrusi. Ma mi sento leggermente più vicino a chi, come Alessandro Masala (Breaking Italy), dice chiaramente che, se tutti (o quasi) gli autori ed editori boicottassero il Salone, sarebbe innanzitutto evidente che gli intellettuali fascisti non sono così tanti né di così tanto spessore, e poi si colpirebbe con un messaggio chiaro il portafogli degli organizzatori della fiera, che si sentirebbero dunque più inclini a rivalutare la presenza di Altaforte.
p.s. “l’ostracismo non è democrazia” è, oltre che un falso storico (se i vaghi ricordi di Storia Greca non mi ingannano), leggermente ipocrita come esclamazione per difendere chi abbraccia l’ideologia fascista. Per settant’anni ci siamo sforzati di fare i conti con nostalgici, negazionisti e revisionisti sul piano accademico e culturale, senza raggiungere risultati definitivi (forse neanche effettivamente raggiungibili); il problema è che dare spazio e visibilità a questa gentaglia vuol dire sdoganare le sue idee, vuol dire ammettere che tutte le opinioni sono uguali. E il fascismo, ricordando le parole di Sandro Pertini, “non è un’opinione, è un crimine”.
Fumo e vapore pervadono l’aria, attraversati di tanto in tanto da brevi frasi, grida, ordini. Oscuri figuri si aggirano per la nebbia, con passi rapidi e svelti, l’andatura spedita di chi sa cosa sta facendo. Inquadratura fissa sulla cucina del ristorante cinese: a sinistra il vecchio cuoco, rivolto verso l’esterno (fuori camera), intento a cucinare; dalla parte opposta un giovane garzone, occupato nella sistemazione di un bancone e scaffali vari, anch’essi fuori dall’inquadratura.
-Senti, mi passi la cosa lì sopra al frigorifero? Dice ad un certo punto il cuoco. Il ragazzo armeggia un po’ fuori dalla camera, per poi porgere all’altro una padella.
-No, no, l’altra cosa. Quella verde. Gli arriva una ciotola di plastica.
-Ma no! Più in alto…
Otto puntate da 45 minuti l’una di ‘sta roba, interrotta di tanto in tanto dalle imprecazioni del cuoco, dalle scuse del garzone e dal presentarsi degli oggetti più disparati e impossibili da tenere in una cucina o in uno spazio fisico.
Scena finale. All’ennesimo oggetto presentato dal garzone, un’aspirapolvere, il cuoco sgrana gli occhi. Al ragazzo non sembra vero. Poi però il vecchio si rabbuia, scuotendo il capo. Abbandona quello che stava cucinando (peraltro ormai andato a fuoco), e attraversa la densa cortina di fumo per andare a prendere di persona quel che gli serve. Arriva al bancone a destra, allunga le mani fuori dall’inquadratura, prende qualcosa, lascia ricadere le braccia lungo il corpo, sempre tenendo l’oggetto misterioso fuori campo, ritorna ai fornelli e lo getta tra le fiamme.
720 minuti di serie porteranno gli spettatori a comprendere la fragilità della condizione umana: preda dei propri desideri, l’uomo è strappato alle sue passioni, ai suoi doveri, ed è assorbito completamente da quello che brama. Nemmeno l’altro, il diverso, può aiutare l’individuo nella sua ricerca, men che meno la nuova generazione, incarnata dal giovane garzone, che anzi non riesce a capire i bisogni profondi del cuoco.
L’incomunicabilità è la chiave della storia umana. Ma anche la vanità. Una volta raggiunto l’oggetto del desiderio, l’uomo non è comunque in grado di tenerlo davanti a sé, di inquadrarlo, di possederlo davvero. Emblematica in questo senso è la scena dopo i titoli di coda (come da buon film sui supereroi): il cuoco si gira verso il ragazzo e chiede “adesso invece mi allunghi il robo lì sopra?”. Incomunicabilità, vanità ed insaziabilità del desiderio umano.
Una regione fertile, verde, viva, ricoperta di aranceti. Un paradiso bellissimo, colorato, profumato e avvolto da spiagge splendide. E una pacifica comunità di draghi, oppressa dalle élites capitalistico finanziarie che li sfruttano come braccianti: pochi euro al giorno per raccogliere aranci dalla mattina alla sera, per poi riparare in una cassonettopoli a sud degli agrumeti. Agrumeti, peraltro, ogni giorno più rigogliosi…
Un’afosa sera d’estate, un cassonetto mezzo vuoto; da un lato, un vecchio drago sonnecchia guardando fuori con aria distratta; dall’altra, ribaltato e abbandonato in un angolo, un Duchamp. Scoppia un incendio, molti draghi perdono la vita. Stacco.
Pochi giorni dopo incontriamo il protagonista, un giovane drago pieno di sogni e paure. I primi non si realizzeranno mai, le seconde ovviamente sì: vorrebbe fare la spezia, ma tutti lo prendono in giro. “Chi chiamerebbe mai una spezia Dragoncello?!” è la seconda frase che più spesso il giovane Dragoncello si sente ripetere da qualche anno a questa parte. La prima è “allacciati le scarpe!”. Ma lui è consumato dalla frustrazione, nessuno lo capisce davvero.
Ed è così, dato che il suo vero sogno è diventare urbanista. Spoiler: La Spezia esiste già!
Riuscirà Dragoncello a scoprire chi o cosa ha scatenato l’incendio? E quale mistero si cela dietro all’incredibile rigogliosità degli aranceti, neanche minimamente scalfita dallo sradicamento di migliaia di aranci ogni giorno..? E come mai nessuno dei Cassonetti Grossi, il quartiere vip della cassonettopoli, è sopravvissuto?
La surreale genesi dell’incendio parte dalle battute finali di una puntata de l’Eredità. Un vecchio drago alcolizzato, la cui vita dipende quasi interamente da quei venti minuti su rai1, è -come tutte le sere- presissimo dalla sfida finale. Gli indizi per indovinare la parola sono: “…dell’obbligo”, “…elementare”, “…di polizia”, “compagni di …” e “… di pensiero”. Non gli sembra vero: sa la risposta. Commosso, gli sembra che i momenti prima di ricevere la conferma si stiano dilatando, stiano diventando ore, giorni, secoli. Inizia a sudare, si agita, stringe il bicchiere che tiene nella sinistra con tanta forza da farlo esplodere, mentre la destra, dove tiene la bottiglia, inizia a tremare spaventosamente.
“Vediamo cos’ha scritto il nostro concorrente…SCUOLA. Beh, in effetti sembrerebbe calzare: scuola dell’obbligo, scuola elementare, scuola di polizia, la famosa serie di commedie, scuola di pensiero, ad esempio una filosofia o un’ideologia, e compagni di scuola. E la parola di oggi è…”
Il vecchio drago sta per avere un infarto. La vista gli si offusca, gli occhi si riempiono di lacrime, la mascella si stringe sul cuscino del divano. “…la parola di oggi è…MUSCHIO!” Occhi sbarrati, tic nervoso. La bottiglia vola fuori dalla finestra, seguita da una fiammata rabbiosa e incontrollata, dal polmone che l’ha generata e dal cuscino in fiamme.
L’alcol prende fuoco (neanche fosse benzina), e la bottiglia in fiamme (insieme a cuscino e polmone) vola fino al cassonetto della prima inquadratura, andando a schiantarsi proprio sul Duchamp, che prende fuoco anche lui, neanche fosse fatto di benzina. In effetti la sua natura resta avvolta nel mistero, probabilmente era una tanica di combustibile.