Coincidenze, ovvero Conversare con l’Universo

Per quanto mi piaccia lavorare di fantasia, sono filosoficamente piuttosto vicino all’empirismo. Adoro gli immensi voli pindarici almeno quanto stare ben piantato coi piedi per terra. Non ho mai creduto a magia, destino, oroscopi. Però ogni tanto mi piace anche lasciarmi andare e fare finta di sì. Tipo quando scopro che un film ha previsto un disastro ambientale e resto di sasso pensando a quante altre cose siano state previste in modo simile.

Tipo quando a novembre scorso, qualche giorno dopo (o prima, non ricordo) della mia laurea, ho sognato che mio cugino e la sua morosa, ai tempi incinta, erano a Bologna in casa mia per una festa; e durante la serata mi davano da tenere in braccio il figlio. E che è nato proprio quella notte! Poi va beh, nel sogno il bambino si trasformava in un tralcio di edera e, quando lo riportavo spaventato dalla mamma, lei mi tranquillizzava con un sereno “tranquillo, fa sempre così”. Perché dei sogni normali non li so fare.

Però ecco…ultimamente mi sto riguardando Dirk Gently, la fantastica serie tv tratta dall’omonimo romanzo di Douglas Adams. L’autore di Guida Galattica per gli Autostoppisti. Che, peraltro, sto leggendo. Quindi…”tutto è collegato“, “il caso e il fato non si escludono a vicenda, e c’è sempre anche il libero arbitrio”…quelle robe lì. E poi si, ogni tanto ho momenti in cui sono quasi certamente convinto di essere un sensitivo.

Per questo, nonostante non creda a queste cose, non ho potuto fare a meno di pensare “questa non può essere una coincidenza, l’universo mi sta parlando” quando, aprendo a casaccio il Manuale del Guerriero della Luce, mi è capitato il seguente aforisma.

“38. Un guerriero della luce studia con molta attenzione la posizione che intende conquistare.

Per quanto il suo obiettivo sia difficile, esiste sempre una maniera di superare gli ostacoli. Egli verifica i cammini alternativi, affila la sua spada, e cerca di colmare il proprio cuore con la perseveranza necessaria per affrontare la sfida.

Tuttavia, a mano a mano che avanza, il guerriero si rende conto che esistono difficoltà di cui non aveva tenuto conto.

Se rimane ad aspettare il momento ideale, non uscirà mai da quel luogo; è necessario un pizzico di follia per compiere il passo successivo.

E così il guerriero utilizza un briciolo di pazzia. Perché, in amore e in guerra, non è possibile prevedere tutto.”

E siccome ho la coda di paglia, ho richiuso subito prima che mi capitasse qualcosa di meno velato, tipo “il guerriero della luce non inventa scuse su scuse per non provarci con la ragazza che gli piace“.

Storie Brevi #1. Com-pas-sió-ne, dal latino: cum, “insieme”, patior, “soffro”

Era iniziato quasi per caso. Il fratello era tornato da un giro in moto con la gamba destra mezza grattata via, dopo una caduta sulla ghiaia. Non ci aveva dato troppo peso, in fondo suo fratello era un idiota, ma non si era mai fatto male sul serio. Almeno credeva, non aveva ascoltato con troppa attenzione il suo racconto. Però vederlo in quelle condizioni…gli aveva dato fastidio. E gli era rimasto un inspiegabile disagio addosso, un fastidio a cui non riusciva a dare un nome. Era come se gli prudesse la gamba.

Solo mesi dopo, ripensandoci, aveva ricondotto la sua peculiare condizione a quel momento. Non era neanche mai stato particolarmente empatico. Da quel giorno, invece, senza un apparente motivo, aveva iniziato a sentire il dolore attorno a sé. Si trattava perlopiù di un leggero disagio, e solo se si trattava di un ben preciso malore fisico: un taglio, una botta. A volte gli venivano dei lividi senza che ricordasse dove aveva sbattuto, altre si sentiva indolenzito come dopo una lunga corsa. Ci mise un po’ a spiegarsi quello strano fenomeno.

Il dubbio gli venne in ospedale. Andava a ritirare delle analisi. L’universo fece in modo che, proprio quella mattina, in quel corridoio, stesse passando anche un altro giovane, più o meno della stessa età, su una sedia a rotelle e con un piede ingessato. Nell’ingresso dell’ospedale, mentre lui usciva, l’altro lo riconobbe. Era un ex compagno del liceo. Lo chiamò diverse volte, attirando la sua attenzione giusto appena prima di perderlo di vista.

Il suo amico si era rotto qualcosa, come quasi tutti gli anni, giocando a calcetto. Lui lo prese in giro per il tempo ridicolmente lungo per cui avrebbe dovuto tenere il gesso, quasi un mese, gli chiese come andasse il lavoro al ristorante, e prima di salutarlo volle sapere come si era fatto male. Una stupida caduta e lo scontro con un altro giocatore, e il mignolo si era rotto. Non una storia particolarmente emozionante, ma qualcosa lo aveva colpito. Un brivido gli scese lungo la schiena, mentre salutava l’amico. L’aria condizionata doveva avergli dato fastidio. Però già pochi minuti dopo si rese conto di non riuscire più a camminare benissimo. Zoppicava.

Una settimana dopo ancora non camminava bene. Gli risultava impossibile appoggiare il piede destro, e faceva fatica anche solo a mettere le scarpe. A sentire che invece il suo amico in una settimana era miracolosamente già di nuovo a giocare, un dubbio ridicolo e assurdo iniziò a farsi strada nella sua mente. Era a dir poco strano, eppure doveva essere successo qualcosa…

Iniziò a fare caso al dolore delle persone attorno a sé. La sofferenza che provava era reale, quasi tangibile. Non aveva mai perso sangue, ma lividi e dolori vari si moltiplicavano. Si rese conto che percepiva in maniera più nitida il dolore di chi conosceva, di chi era legato a lui, e in particolare di chi gli era anche fisicamente più vicino. Smise di andare a lezione. Abbandonò il part-time che aveva trovato nella città dove studiava. Non usciva più la sera: diversi suoi amici trovavano straordinariamente divertente ridursi in poltiglia ogni venerdì sera, ma le condizioni in cui versavano quando si salutavano prima di tornare a casa avevano un effetto terribile su di lui. Non voleva più saperne.

Qualcuno ci fece caso, qualcuno non si fece più sentire. Alcuni erano preoccupati: non sembrava più lui. Rese sempre più rade le occasioni in cui si potevano incontrare, e le poche volte in cui vi era costretto, ascoltava distrattamente il suo interlocutore. Stando troppo concentrato sulla conversazione le sue condizioni peggioravano. Non aveva la minima voglia di ascoltare le loro lamentele, quindi stava al gioco; annuiva e stringeva le spalle quando gli dicevano che non si era più fatto vedere, e giurava e spergiurava che si sarebbe fatto vivo più spesso. Non ci volle molto tempo prima che lo lasciassero in pace.

Fu un’eccezione quando la sua migliore amica, dopo aver dovuto lasciare l’appartamento dove viveva in affitto, gli chiese ospitalità per una notte, per dare un esame il giorno dopo. Ogni scusa, ogni tentativo di rifiutare caddero nel vuoto. Gliela diede vinta. Un po’ gli mancava. Certo: era intrattabile, appena prima di un esame, però passare mesi e mesi da solo aveva ridimensionato i suoi standard di convivialità. Andava bene anche cenare in silenzio e non scambiare due parole per tutta la sera. Non era sicuro di aver fatto la cosa giusta, ma non riusciva a ricordare che problema avesse lei con l’università. Non si vedevano da quasi due anni, forse avrebbe dovuto chiederglielo.

La notte fu un’esperienza devastante. A cena non era riuscito a mangiare niente, ed era andato a letto prestissimo per cercare di riposare. Dopo tre ore, passate a rigirarsi nel letto, andò a spalancare le finestre, preso da una foga eccessiva anche per il caldo di quella notte. Tornò a letto, ma dopo un’altra ora di film che non aveva davvero guardato, si alzò di nuovo. Cucina, dispensa, biscotti; aveva fame, ma non aveva la minima voglia di mettersi a cucinare. Frigo, coca, birra; giusto un sorso di ciascuna, non gli andava neanche di finire una lattina.

Un altro paio d’ore nel letto, in un irritante dormiveglia. Gli mancava il fiato, il cuscino era scomodissimo, il lenzuolo lo soffocava. Gettò via tutto, restando ansimante a fissare il soffitto. Qualcuno aveva iniziato a suonare, in strada. Erano le tre di notte, meditò di andare a prendere una lattina da lanciare al chitarrista. Si limitò a correre in bagno a vomitare quei pochi biscotti che era riuscito a mandare giù. Tornato in camera, sfinito, si buttò sul letto senza neanche togliersi le ciabatte.

Alle sei era sveglio. Un cerchio alla testa, la bocca ancora impastata di quel sapore rivoltante. Si diede una lavata, tornò al frigo per finire la coca. O la birra. Niente, ancora solo un sorso di ciascuna. La sua amica si svegliò due ore dopo. Ringraziò cortesemente prima di uscire a dare l’esame. Non gli interessava sapere come sarebbe andata, spense il telefono perché non venisse in mente a lei di cercarlo. Era certo del motivo di quell’assurda nottata. Gettò uno sguardo al balcone. La tentazione di aprire la finestra e lasciarsi scivolare giù fu fortissima. Quella maledizione sarebbe finita lì, in un’afosa giornata di luglio. Aprì il battente, si sedette sulla ringhiera dando le spalle alla strada. Fissò il vuoto davanti a sé per ore prendendo un sorso ogni tanto dalla lattina che aveva ancora in mano, mentre il sole batteva sulla sua schiena. Sudato, sfinito dopo la notte passata in bianco, appoggiò la lattina ormai vuota. Non che avesse importanza, ma non si era neanche accorto quel delle due fosse. Prese un respiro.

Ebbe l’impulso di buttare l’occhio di sotto. Non sia mai che cadendo colpisse qualcuno. Sarebbe stato il colmo! Non passava nessuno.

-Fra! FRA! Cos’è, non ci senti più?

Sentire il proprio nome lo fece sobbalzare. La sua amica era giù che lo salutava, raggiante, sventolando il quaderno con gli appunti che la sera prima aveva piegato, ripiegato, stropicciato e strapazzato, aperto e chiuso in ogni direzione possibile e immaginabile. Si fermò. Restò a fissarla per un istante, guardandola come se venisse da un altro pianeta. Andò ad aprire alla porta. Ascoltò inspiegabilmente estasiato il racconto di quanto fosse andato bene l’esame, di quanto strano fosse l’essere riuscita a dormire la notte prima, di quanta voglia avesse lei di andare al mare, adesso che aveva finito con gli esami.

Non riuscì a dire niente. Non aveva mai pensato a quella prospettiva. Qualcosa scattò nella sua testa, e lui si attivò subito, nei giorni dopo, per capirci di più. Si rese conto che il dolore che provava lui era tutta sofferenza che gli altri non subivano. E, con un po’ di sforzo e concentrazione, era in grado di farsene attivamente carico, quasi fino ad eliminarla! Il pensiero del proprio potere gli diede le vertigini.

Da un giorno all’altro riprese a frequentare le lezioni, tornò ad uscire addirittura con persone che non vedeva da anni; prese a passare regolarmente da sua nonna, rimasta vedova da poco, e da uno zio antipatico e intrattabile che però viveva da solo da anni. Smise di bere, così da sopportare la sbornia dei suoi amici più idioti, ma riuscì anche a far dare una calmata ai due già sull’orlo dell’alcolismo. Si accorse che il dolore fisico era tutto sommato tollerabile, ed ebbe la conferma che la vera sofferenza era quella che non si vedeva.

Dopo qualche tempo, gli fu chiaro quanto, parlando con le persone, invece che stando semplicemente loro vicino, fosse più facile alleviarne la sofferenza. Alcune volte era devastante. Una volta si trovò a passare quasi tre giorni interi a casa di un amico più giovane che aveva perso il padre in un incidente di lavoro. Temette che non sarebbe sopravvissuto. La sensazione era spaventosa, un vuoto, un dolore atroce che lo annichiliva completamente, lo lasciava senza forze. Poche settimane dopo dovette fare i conti con qualcosa di simile. Aveva ripreso il lavoro, ma il suo capo era in difficoltà: il marito se n’era andato improvvisamente, il figlio aveva appena scoperto di avere la leucemia. Le cinque ore in negozio erano uno strazio. Si costrinse comunque a restare di più, anche solo dieci minuti, prima di venir via, per scambiare due parole con la signora.

Parlando con le persone poteva aiutarle. Era ridicolo, nella sua semplicità.

Forse non era un vero superpotere. Forse aveva solo imparato ad ascoltare.

Ogni Pubblicità è Buona Pubblicità (?)

No.

Almeno: non credo sia così. Anzi, mi sembra proprio uno slogan (vincente, per carità) da pubblicitari, fatto per convincere che sia così.

“Smettetela di sottolineare che Tizio ha detto un’idiozia colossale, fate solo il suo gioco”, o “non prendete in giro Caio per la gaffe in cui confondeva l’Austria con l’Australia, che gli fate pubblicità”.

Dunque. Capisco la logica secondo cui parlare di qualcosa o qualcuno, in qualche modo, gli dia visibilità. Ma da qui a dire che criticare qualcuno lo faccia salire nei sondaggi…eh, ce ne vuole!

Ammettiamo che ci sia una buona fetta di persone che frequentando i social e guardando la tv si facciano molto facilmente convincere a seguire un leader politico o un’ideologia. Il fan tipo del Salvini di turno rafforzerà la sua opinione disinformata e istintuale più che meditata a prescindere dal tipo di informazione che lo raggiungerà. Per lui ogni pubblicità è buona pubblicità.

Ma a preoccuparsi degli idioti si diventa calvi, quindi, per quanto io sia convinto della necessità di agire per risolvere il problema, non ritengo che spegnere il dissenso e fare meno rumore possibile sia la soluzione. O meglio: evitiamo di dare visibilità alle cose stupide (campagne pubblicitarie di bassa lega fatte chiaramente solo per far parlare di sé, vedi le millemila foto di Salvini che mangia e beve) e puntiamo sui concetti un pelo più importanti.

Che il governo porti avanti politiche disumane, controproducenti, miopi, insensate, non è cosa da far passare sottobanco. Non si può replicare a chi lo fa emergere che “così si fa il loro gioco”. Il silenzio fa il loro gioco. E se parte dei sostenitori di un partito sono fan, non è comunque il silenzio la soluzione.

Poi…che milioni di italiani votino di pancia, è evidente. È un dato. Ma l’obiettivo politico non dovrebbe essere attirarli dalla propria parte, bensì educarli a votare responsabilmente. Tipo sull’isola di Utopia.

#perle di filosofia: Matters of Fact

“The contrary of every matter of fact is still possible, because it can never imply a contradiction, and is conceived by the mind with the same facility and distinctness as if ever so conformable to reality.”

(David Hume, An Enquiry Concerning Human Understanding)

“Il contrario di ogni materia di fatto è sempre possibile, perché non può mai implicare contraddizione e viene concepito dalla mente colla stessa facilità e distinzione che se fosse del pari conforme a realtà.”

(David Hume, Ricerca sull’Intelletto Umano)

Il Primo Passo

Tutti abbiamo un film, una serie o un libro che adoriamo, ma della cui bassezza qualitativa siamo consapevoli.

C’è chi ama alla follia Once Upon a Time (ci sono passato anche io…gli effetti speciali mi hanno attirato, e poi, dai, C’È UNA PUNTATA IN CUI CANTANO!!), chi i film di Jason Statham. Qualcuno difende a spada tratta i libri del Ciclo dell’Eredità dopo Eragon, qualcuno il film de Lo Hobbit. Ho amici che si ritengono soddisfatti del finale di GoT e altri che negano che Il Ritorno della Forza non sia un remake della prima saga di Star Wars. Bruceranno all’inferno, ma è lecito.

A ciascuno il suo. Io ho Nicholas Cage. Eh, lo so, dovrei vergognarmi. E per carità, me ne vergogno. Però non posso farci niente, mi bagno ogni volta che guardo Il Tesoro dei Templari. Mi piace proprio. So benissimo che è un film di bassa lega, come Next, e non è che conosca neanche così tanti altri film di Cage… però è più forte di me.

Però…oggi mi sono imbattuto quasi casualmente nel primo pezzo del puzzle per spiegare questa insana passione. Quasi casualmente. È una storia lunga, sedetevi.

Stavo leggendo un libro, in treno. Improvvisamente il colpo di fulmine: cosa è successo storicamente il 29 gennaio, la mia data di nascita? (Così, “a caso”)

Girovagando per wikipedia, scopro che, oltre all’incoronazione di Michele III l’Ubriacone, cade il 29 gennaio (1990) un altro evento particolare, l’inizio del processo di Joseph Hazelwood, capitano della Hexxon Valdez (uno dei maggiori disastri ambientali nella storia). Disastro che mi ricorda quello, più recente, della Deepwater Horizon (non ho una cultura generale così ampia, me ne ricordo perché è il fulcro della prima puntata di una delle più belle serie tv che abbia mai visto, The Newsroom).

Approfondisco, non avendo di meglio da fare. E viene fuori, di link in link, una cosa strana. Un po’ inquietante, ma perfetta come scusa per giustificare la mia passione per Nicholas Cage.

In “Segnali dal Futuro”, c’è (non so bene quando) una scena in cui al telegiornale va in onda la notizia dell’esplosione della Deepwater.

Il film è del 2009. La Deepwater esplode nel 2010.

Ama il Prossimo Tuo

Mi chiedo da qualche giorno che fine abbiano fatto Jacopo Valsecchi e Natalia Tatulli, i due simpatici ragazzi che a dicembre erano in Piazza del Popolo a diffondere il messaggio cristiano per eccellenza, “ama il prossimo tuo”. Alla manifestazione della Lega. Me lo chiedo a tempo perso, non che dovessero fare qualcosa…

Il pericoloso messaggio dei due facinorosi

Lui, Jacopo, che portava il manico di scopa a cui era attaccato il cartellone, Lei, Natalia, dietro a sostenerlo ed accompagnarlo. E dietro Diego Bianchi, che nella puntata di quella settimana li ha poi avuti come ospiti (
http://www.la7.it/propagandalive/video/jacopo-valsecchi-ama-il-prossimo-tuo-%C3%A8-linsegnamento-pi%C3%B9-alto-del-cristianesimo-14-12-2018-258749 ).

Ama il prossimo tuo. Messaggio chiaramente sovversivo, pericoloso e antidemocratico, il che spiega l’intervento tempestivo e aggressivo del servizio d’ordine e dei carabinieri. Disinnescata la pericolosità dello slogan, passato l’entusiasmo ed il clamore per la vicenda, i due giovani tornano alle loro vite.

A ricordarmeli è stato però, a distanza di qualche mese, l’unico politico che ha attivamente raccolto il loro testimone. Domenica 24 febbraio Lorenzo Fontana, ministro della famiglia, ricorda a tutti l’insegnamento cristiano per eccellenza: “ama il prossimo tuo, ovvero in tua prossimità, (…) e per questo dobbiamo occuparci prima dei nostri poveri” (
https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/02/24/prima-gli-italiani-per-il-ministro-fontana-e-basato-sulla-bibbia-ama-il-prossimo-tuo-cioe-quello-in-tua-prossimita/4994072/ ).

A dir poco inquietante, anche se temo ricalchi l’interpretazione di molti italiani, o offra loro un’utile suggerimento per “conciliare” razzismo e cristianesimo. Mi ha fatto specie, tra le altre cose, che il buon Fontana se ne sia uscito con una simile esternazione proprio domenica 24 febbraio. Non che sia una data particolare, ma il Vangelo del giorno, Luca 6,27-38 (
https://www.vaticannews.va/it/vangelo-del-giorno-e-parola-del-giorno/2019/02/24.html ), mi sembrava proprio adatto all’interpretazione leghista del cristianesimo. “Amate i vostri nemici”, “Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta?”.

Ama il prossimo tuo. Pure quei bravi cristiani dei leghisti, pure Fontana, che ama solo entro un raggio di 1000 km. Mi piace, questo Vangelo che va controcorrente!

#iovadoatorino

Tempo due giorni, e le acque si smuovono. Francesco Polacchi è indagato per apologia di fascismo e Altaforte è fuori dal Salone Internazionale del Libro.

Grandi festeggiamenti, tutti gli artisti e gli editori (beh, tutti gli altri) saranno presenti, l’equilibrio è stato ripristinato e la polemica si inizia a placare. Almeno: la polemica tra quanti, comunque in disaccordo con la presenza dell’editrice di estrema destra, erano divisi sulla soluzione da adottare.

Restano comunque “aperte” alcune questioni sollevate dalla presa di posizione del Salone e dal polverone stesso che si è alzato in questi giorni. Tipo l’eterno ritornello del “dare visibilità ai fascisti è fargli un favore”, basato sul più antico “ogni pubblicità è buona pubblicità”; che è, mi pare evidente, un’idiozia. Non si spiegherebbe in che modo sparare sulla croce rossa che è la sinistra non l’abbia già riportata alle stelle nei sondaggi.

O la sacrosanta libertà di espressione, onnipresente nelle accuse di censura mosse dall’estrema destra agli intellettuali di sinistra.

Eccellente, sintetica ed incisiva ho trovato la risposta a queste e altre obiezioni che ha dato Wu Ming Foundation sul suo sito (
https://www.wumingfoundation.com/giap/2019/05/via-i-fascisti-dal-salone/?utm_source=twitter&utm_medium=Social&utm_campaign=SocialWarfare ): aprire la discussione è servito, ha posto un argine all’avanzata dei fascisti, allo sdoganamento della loro presenza nella vita quotidiana del paese.

Salò del Libro di Torino

6 maggio 2019, scoppia la bomba per la presenza della casa editrice Altaforte alla 32^ edizione del Salone del Libro di Torino. “Salve, sono Altaforte. Forse vi ricorderete di me per capolavori di stampo sovranista del calibro di Il sistema per uccidere i popoli, Riprendersi tutto e Io sono Matteo Salvini.” Casa editrice apertamente vicina a Casapound e agli ambienti di estrema destra.

Lo scandalo. Il fronte di autori, artisti, collettivi e altri editori che sarebbero stati presenti alla fiera, tutti indignati per la presenza della casa editrice all’evento, si spacca in due: da una parte chi si rifiuta di partecipare, come Zerocalcare e Wu Ming, non volendo a nessun costo condividere quello spazio con dei fascisti; dall’altra chi, ugualmente disgustato, sceglie invece di confermare la propria presenza, tra cui Michela Murgia e Roberto Saviano. Segnalo, in particolare, la scelta di People, unica casa editrice a boicottare il salone.


https://twitter.com/civati/status/1126003880439971840

Per arrivare al dunque la prendo larga. Le due posizioni, quella di chi rifiuta di “rimanere 3 giorni seduto a pochi metri dai sodali di chi ha accoltellato i miei fratelli, incrociarli ogni volta che vado a pisciare facendo finta che sia tutto normale” (come scrive Zerocalcare, inquadrando la questione come uno “spostare ogni settimana l’asticella del baratro“,
https://twitter.com/zerocalcare/status/1125362360372400129 ), e quella di chi invece non accetta di stare a casa, di sentirsi intruso ad un evento culturale, e partecipa decidendo che preferisce “mettere il mio corpo a difesa delle mie parole” (Saviano,
https://twitter.com/robertosaviano/status/1125736712263602177 ), mi ricordano qualcosa.

Silence (Scorsese 2016), prima di tutto. Padre Sebastiao Rodrigues e padre Francisco Garupe, due gesuiti del XVII secolo, sono tra i cristiani perseguitati in Giappone. Garupe è disposto al martirio, pur di non rinnegare la propria fede, Rodrigues è disposto addirittura all’apostasia, pur di continuare a vivere per gli ideali in cui crede.

E poi ci sono i docenti universitari che nel ’31 rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo. Persero il lavoro, ovviamente, e furono una risibile minoranza (12/18 su 1225). Nobile gesto. Ma, tra chi invece giurò, molti condividevano la linea suggerita da Togliatti e abbracciata da Luigi Einaudi: piegare il capo per non lasciare le cattedre in mano a fascisti convinti, e continuare invece a fare resistenza da quella posizione.

Non credo esista una risposta assolutamente giusta o una assolutamente sbagliata. Da piccolo ho sentito migliaia di volte ripetere che “chi non c’è, ha sempre torto”, ma non ne sono convinto. Disertare la fiera, rinunciare alla propria vita e opporsi apertamente al regime non mi sembrano metodi di protesta inferiori agli altri. Stare dentro la contraddizione, avere lo stand di fianco ad un Polacchi qualsiasi (quello che per Blocco Studentesco prima e Casapound dopo andava in giro a pestare la gente -e ai tempi si prese qualche anno in seguito ad una condanna-, quello per cui “il vero male dell’Italia è l’antifascismo“), giurare fedeltà salvo poi portare avanti i propri ideali, non mi sembrano risposte più semplici, difficili, coraggiose o prese a cuor leggero.


https://twitter.com/LucaBizzarri/status/1125787583819198464

Capisco (e condivido, in realtà) le ragioni di chi ci sarà: ad un evento culturale, non sono gli intellettuali antifascisti a doversi sentire degli intrusi. Ma mi sento leggermente più vicino a chi, come Alessandro Masala (Breaking Italy), dice chiaramente che, se tutti (o quasi) gli autori ed editori boicottassero il Salone, sarebbe innanzitutto evidente che gli intellettuali fascisti non sono così tanti né di così tanto spessore, e poi si colpirebbe con un messaggio chiaro il portafogli degli organizzatori della fiera, che si sentirebbero dunque più inclini a rivalutare la presenza di Altaforte.

p.s. “l’ostracismo non è democrazia” è, oltre che un falso storico (se i vaghi ricordi di Storia Greca non mi ingannano), leggermente ipocrita come esclamazione per difendere chi abbraccia l’ideologia fascista. Per settant’anni ci siamo sforzati di fare i conti con nostalgici, negazionisti e revisionisti sul piano accademico e culturale, senza raggiungere risultati definitivi (forse neanche effettivamente raggiungibili); il problema è che dare spazio e visibilità a questa gentaglia vuol dire sdoganare le sue idee, vuol dire ammettere che tutte le opinioni sono uguali. E il fascismo, ricordando le parole di Sandro Pertini, “non è un’opinione, è un crimine”.

post post scriptum. Radio Onda d’Urto ha raccolto una serie di interviste al riguardo, da Civati a Zerocalcare, fino a Eris Edizioni, che con la voce della co-fondatrice Matilde Sali chiarisce che la loro sarà una presenza critica (rimando direttamente alle interviste per maggiori dettagli).
http://www.radiondadurto.org/2019/05/07/salone-del-libro-di-torino-azioni-reazioni-e-polemiche-per-la-presenza-di-neofascisti/

Script Jokes #2: (titolo in fondo, che c’è più suspance)

Fumo e vapore pervadono l’aria, attraversati di tanto in tanto da brevi frasi, grida, ordini. Oscuri figuri si aggirano per la nebbia, con passi rapidi e svelti, l’andatura spedita di chi sa cosa sta facendo. Inquadratura fissa sulla cucina del ristorante cinese: a sinistra il vecchio cuoco, rivolto verso l’esterno (fuori camera), intento a cucinare; dalla parte opposta un giovane garzone, occupato nella sistemazione di un bancone e scaffali vari, anch’essi fuori dall’inquadratura.

-Senti, mi passi la cosa lì sopra al frigorifero? Dice ad un certo punto il cuoco. Il ragazzo armeggia un po’ fuori dalla camera, per poi porgere all’altro una padella.

-No, no, l’altra cosa. Quella verde. Gli arriva una ciotola di plastica.

-Ma no! Più in alto…

Otto puntate da 45 minuti l’una di ‘sta roba, interrotta di tanto in tanto dalle imprecazioni del cuoco, dalle scuse del garzone e dal presentarsi degli oggetti più disparati e impossibili da tenere in una cucina o in uno spazio fisico.

Scena finale. All’ennesimo oggetto presentato dal garzone, un’aspirapolvere, il cuoco sgrana gli occhi. Al ragazzo non sembra vero. Poi però il vecchio si rabbuia, scuotendo il capo. Abbandona quello che stava cucinando (peraltro ormai andato a fuoco), e attraversa la densa cortina di fumo per andare a prendere di persona quel che gli serve. Arriva al bancone a destra, allunga le mani fuori dall’inquadratura, prende qualcosa, lascia ricadere le braccia lungo il corpo, sempre tenendo l’oggetto misterioso fuori campo, ritorna ai fornelli e lo getta tra le fiamme.

720 minuti di serie porteranno gli spettatori a comprendere la fragilità della condizione umana: preda dei propri desideri, l’uomo è strappato alle sue passioni, ai suoi doveri, ed è assorbito completamente da quello che brama. Nemmeno l’altro, il diverso, può aiutare l’individuo nella sua ricerca, men che meno la nuova generazione, incarnata dal giovane garzone, che anzi non riesce a capire i bisogni profondi del cuoco.

L’incomunicabilità è la chiave della storia umana. Ma anche la vanità. Una volta raggiunto l’oggetto del desiderio, l’uomo non è comunque in grado di tenerlo davanti a sé, di inquadrarlo, di possederlo davvero. Emblematica in questo senso è la scena dopo i titoli di coda (come da buon film sui supereroi): il cuoco si gira verso il ragazzo e chiede “adesso invece mi allunghi il robo lì sopra?”. Incomunicabilità, vanità ed insaziabilità del desiderio umano.

IL NOME DELLA COSA. La serie evento